Un'infermiera, un ragazzino e mille mostri

Mattia Feltri
Cella, carcere. Richiesta di aiuto. (Photo: Luca Napoli via Getty Images)

La reclusione di sei anni e sei mesi inflitta all’infermiera di Prato colpevole di essersi intrattenuta e riprodotta con un tredicenne, dimostra che la serie di interviste promosse da Huffington (a Gherardo Colombo, Luciano Violante, Giovanni Maria Flick e Giuseppe Pignatone) sull’ossessivo e barbarico ricorso al carcere non erano filosofia dell’ammazzacaffè, speculazione da parigini, boccate di sigaro mentre fuori infuria il crimine. Erano e sono il tentativo di pensare alla democrazia che siamo e dovremmo diventare, all’idea della libertà, e della privazione della libertà che ogni volta è una sconfitta della democrazia, inevitabile, e dalla quale bisognerebbe ripartire per rimediare. La premessa irrinunciabile si conclude con un’annotazione: da un paio di decenni in Italia si commettono sempre meno reati, e da un paio di decenni cresce il numero dei detenuti; da un paio di decenni in Italia diminuiscono i delitti punibili con l’ergastolo, e da un paio di decenni si commina una quantità crescente di ergastoli. In che direzione vogliamo andare, precisamente?

La storia dell’infermiera di Prato e del suo giovanissimo amante è devastante, da qualsiasi prospettiva la si osservi. Innanzitutto, meglio dirlo subito, è devastante nella prospettiva dell’informazione. La storia l’abbiamo raccontata col gusto impietoso del dettaglio, ne abbiamo fatto un feuilleton senza l’arte di Dumas, tutti lì attaccati ad aspettare il colpo di scena, l’occasione dello sbalordimento e dell’indignazione, ne abbiamo fatto entertainment con l’alibi del diritto di cronaca, e il lavaggio a secco della coscienza è stata l’ipocrita accortezza di omettere i nomi: che nessuno sia riconoscibile! Cioè, sentite qua: c’è un’infermiera di Prato, con un marito e un figlio sui dieci anni, la quale dà ripetizioni d’inglese al ragazzino vicino di casa, fra i due succede qualcosa, lei resta incinta, partorisce, il marito decide di riconoscere un bimbo non suo e tutti si augurano che la cosa finisca lì. E invece no, e così noi accorriamo a penna sguainata per sbatacchiare il mostro dove dev’essere sbatacchiato. Ma con tutti i crismi della deontologia, accidenti. E ci mancherebbe. Nessun nome, per carità. E io che vivo a Roma, tu all’Aquila, tu a Isernia, tu a Pordenone: potevano scriverci i nomi tali e quali, spiattellati proprio, Gino Rossi, Gigi Verdi, Pina Bianchi, che cambiava a noi? Chi avremmo mai riconosciuto? Ma quelli di Prato, a loro i nomi non li metti ma loro non ne hanno bisogno: loro riconoscono lo stesso. Sanno precisamente di chi stiamo parlando, dove vive questo e quello, l’indirizzo esatto, sanno tutto di tutto anche senza nomi. Capolavoro!

E pensate un po’ che anticorpi democratici al male: c’è un tredicenne, ora più grandicello, che ha subito la violenza sessuale di una donna, e noi rendicontiamo per filo e per segno, così adesso tutta Prato sa chi è, che cosa ha fatto, che ha un figlio, eccetera. Possono additarlo dall’altro marciapiede. E questa non è violenza? Non è altrettanta violenza? E per di più di quella vile, legalizzata e dunque spensierata, irresponsabile, inguardabile. Abbiamo un neonato (o poco più) e tutta Prato sa da dove viene, abbiamo un ragazzino che frequenta le medie e tutti sanno che madre ha, ormai ognuno autorizzato a giudicare, a misurare le vite degli altri, a biasimare, a perdonare come Gesù Cristo.

Poi arriva il processo (in attesa di Cassazione). E stiamo parlando di un processo allestito per misurare le colpe, stabilire le punizioni, ristabilire l’ordine morale, un processo col preciso compito di dissezionare le anime e i cuori. E infatti – la legge è legge, mi arrendo – a verificare se giacquero il giorno prima o il giorno dopo, e cioè se lui aveva ancora tredici anni o già quattordici, e – davvero, giuro – se in lei ardeva un sentimento nobile, declinato ignobilmente, o una più deplorevole brama predatoria. Si propende per la seconda ipotesi e, codice alla mano, sei anni e sei mesi di penitenziario. E il marito? Ah, il mascalzone, cerca di salvare il salvabile, riconosce un piccolo che non è il suo – falso in atto pubblico! – è così impregnato d’amore che sceglie la moglie, sceglie un figlio altrui, magari è persino capace d’innamorarsene, di stringerlo come si stringono i cuccioli, cioè porta l’asticella della cura di sé, della sua famiglia, del nuovo arrivato oltre la soglia della legalità. Vergogna! Un anno e mezzo di galera, con sospensione condizionale della pena, si presume.

Ecco, secondo me tutti quelli che hanno compiuto il loro dovere, sacro e protetto dalla Costituzione, di informare e di emettere sentenza, e di tracciare la legge, e di prevedere la sanzione, sono (siamo) peggio di quella donna e di quell’uomo, il danno che provochiamo è più devastante di quello provocato dalla relazione scandalosa e clandestina. E una storia di per sé inafferrabile, può contenere la vetta e l’abisso, l’indecifrabilità dell’essere umano, la sua debolezza, l’intima contraddizione. E poi ci tocca accorrere, mettere mano, dirimere e proteggere, davvero non possiamo farne a meno, ma se a tutto questo la risposta è l’ultima scossa tellurica su una famiglia messa all’angolo, è chiudere a chiave, è la cella, bè, allora io mi vergogno molto di me e della civiltà in cui vivo.

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