Uno studio dimostra che i test antigenici non rilevano la variante del gene N

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AGI - I ricercatori del dipartimento di Medicina Molecolare di Padova, diretto dal professor Andrea Crisanti, hanno pubblicato uno studio che dimostra come le varianti genetiche del gene N del Covid 19 possono compromettere la capacità di utilizzare i test antigenici sia per la diagnosi che per i test di massa volti a controllare la trasmissione del virus.

In Italia, come in molti paesi europei, i test antigenici stanno guadagnando molta popolarità grazie alla loro flessibilità e facilità d'uso e sono sempre più utilizzati per indagini di massa con lo scopo di diminuire la trasmissione del virus in grandi comunità.

Dal giugno dello scorso anno alcune Regioni in Italia hanno progressivamente esteso l'utilizzo di massa del test antigenico con l'obiettivo di sostituire progressivamente i tamponi molecolari. Durante la conduzione di un approfondimento diagnostico è emerso che alcuni campioni di tampone che non risultavano positivi ai test antigenici mostravano un'elevata carica virale nei test Rt-PCR (molecolare).

L'analisi di sequenziamento dei virus che mostravano risultati discordanti nei test Rt-PCR e ai test antigenici ha rivelato la presenza di molteplici mutazioni distruttive nella struttura della proteina N (la proteina virale utilizzata per rilevare la presenza del virus nei test antigenici) raggruppate dalla posizione 229 alla 374, una regione nota per contenere le regioni chiave che permettono l'identificazione del virus in questi test.

Una frazione rilevante delle varianti non rilevabili nel test antigenico conteneva le mutazioni A376T accoppiate a M241I. "Ulteriori prove di laboratorio hanno inoltre dimostrato che questa problematica è comune a test antigenici sviluppati da diversi produttori - dice Crisanti - le sequenze di virus con queste mutazioni sono molto più frequenti nei campioni negativi ai test antigenici ma con PCR positiva e sono progressivamente aumentate di frequenza nel tempo in Veneto, una regione italiana che ha aumentato notevolmente l'utilizzo dei test antigenici raggiungendo quasi il 68% di tutti i test del tampone per SARS-Cov-2. Si ipotizza, quindi, che l'utilizzo di massa dei test antigenici rapidi possa involontariamente favorire la diffusione di varianti virali non rilevabili da parte di questi test contribuendo, così, alla loro libera circolazione e all'inefficacia del loro contenimento".

"Questi risultati forniscono una prima prova che l'utilizzo di massa dei test antigenici per bloccare la trasmissione del virus favorisce la diffusione di varianti non rilevabili del virus come conseguenza della pressione di selezione esercitata dal test stesso - spiega Toppo - questa conoscenza, mentre espande la nostra comprensione della plasticità del virus, fornirà il fondamento per implementare approcci migliori e più informati nell'utilizzo di test antigeni sia per la diagnosi che per gli approcci di controllo".