Urina di vacca e incensi: è kit per la cerimonia funebre in India

Roma, (askanews) - Urina di vacca, incensi e barella in bambù, nonché la possibilità di contattare un prete hindu last minute: è il kit perfetto per la cerimonia funebre tradizionale indiana, ideato da una startup in India e destinato a riscuotere successo. Il fondatore e direttore della startup Sarvapooja, che letteralmente significa "preghiere per tutti", Niesh Mehta: "Mi è successo di andare ad alcuni funerali, dove persone, amici, parenti, vicini, erano morti. Ho vissuto da vicino cosa deve attraversare una persona normale".

La gente in lutto deve correre nei negozi e acquistare decine di oggetti di cui hanno bisogno per dire addio ai loro cari, ora questa azienda online si è inventata "i kit per l'ultimo rito": "Questo kit regalo è pensato per hindu, giainisti e sikh, in futuro stiamo progettando di fare dei cambiamenti e poterlo adeguare a musulmani e cristiani".

Di questi kit ne sono stati venduti più di 2.000 dal loro lancio ufficiale meno di un anno fa. La scatola può contenere fino a 32 oggetti utili per una cerimonia hindu, tra cui vasi in terracotta, bastoncini d'incenso, urina e sterco di vacca, riso, semi di sesamo e acqua di rose.

I funerali hindu sono cerimonie complesse, che prevedono l'unzione del corpo del defunto con pasta di sandalo, l'apertura di noci di cocco e l'accensione di sterco di mucca. Il defunto, il cui corpo andrebbe cremato entro 24 ore dalla morte, viene poi trasportato su una barella di bambù fino al crematorio e prima di dare fuoco al corpo, si dispongono i vasi in terracotta attorno alla pira funeraria. Le ceneri vengono poi disperse nel Gange.

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    "I miei marinai non devono morire". E' un passaggio della lettera che il capitano Brett Cozier, comandante della portaerei Theodore Roosevelt, ha inviato ai vertici militari degli Stati Uniti per sollecitare un intervento. A bordo della nave è in corso un'epidemia di coronavirus tra i 4000 membri dell'equipaggio. La Theodore Roosevelt ha attraccato a Guam. Il virus, visti gli spazi ridotti, si diffonde e non è possibile per i marinai isolarsi. "Servirà una soluzione politica, è la cosa giusta da fare", scrive Crozier nella lettera di 4 pagine diffusa dal quotidiano San Francisco Chronicle. "Non siamo in guerra, i marinai non devono morire. Se non interveniamo ora, non stiamo ci stiamo occupando nel modo adeguato del nostro asset più prezioso: i marinai". Solo una piccola parte dell'equipaggio ha lasciato la nave. "La malattia si diffonde e accelera", scrive Cozier, chiedendo "locali adeguati per la quarantena" a Guam "il più presto possibile". "Rimuovere la maggior parte degli uomini da una portaerei nucleare e isolarli per due settimane potrebbe sembrare una misura straordinaria. E' un rischio necessario", aggiunge. "Tenere a bordo 4000 giovani uomini e donne è un rischio non necessario e viola il rapporto di fiducia con quei marinai che confidano nelle nostre cure". Alla Cnn, il segretario alla Marina Thomas Modly ha spiegato che "negli ultimi 7 giorni si è lavorato per trasferire i marinai dalla nave e trovare una sistemazione a Guam", dove però "non ci sono sufficienti posti letto". Per questo, si lavora a soluzioni alternative.

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    "A Firenze dopo la peste c'è stato il Rinascimento, quindi ci sarà un momento bello, però nel mezzo ci sono due anni in cui non voglio che l'Italia viva di reddito di cittadinanza, perchè se fa così le nostre aziende verranno acquisite per due soldi da soggetti stranieri o chiuse". Lo ha affermato Matteo Renzi, ospite di 'Radio anch'io' su Radiouno Rai.  "A Firenze dopo la peste c'è stato il Rinascimento, quindi ci sarà un momento bello, però nel mezzo ci sono due anni in cui non voglio che l'Italia viva di reddito di cittadinanza, perchè se fa così le nostre aziende verranno acquisite per due soldi da soggetti stranieri o chiuse", ha aggiunto. "La ripartenza è nelle mani dell'Italia, non è colpa dell'Europa, e l'Italia ce la può fare, però bisogna muoversi ora e non aspettare che passi la nottata", ha proseguito. "Attenzione -ha sottolineato l'ex premier- a dare all'Europa la colpa di tutto, l'Europa ha liberato con la Banca centrale europea le risorse per cui lo spread non schizza a 600, l'Europa ha tolto quelle regole sul Patto di stabilità che quando fui al governo furono la mia croce".

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    Da fisarmoniche a mascherine lavabili: "Ci salviamo da crisi aiutando"

    Da mantici per le fisarmoniche e teli mare a un nuovo modello di mascherina 'anti-contagio' lavabile, da usare in famiglia per uscire, comunque non in ambienti medici. Quando l'Italia si è 'blindata' per tentare di fermare la corsa del nuovo coronavirus, Renzo Galassi, 62 anni, ha avuto un momento di disperazione. "Con la chiusura delle attività non essenziali la prospettiva - racconta all'AdnKronos Salute - era precipitato in una crisi profondissima. Ho passato due notti insonni".  Poi l'idea. "Come dare una mano in questo momento così difficile e salvare l'azienda alla quale ho dedicato investimenti in tecnologia da 'era 4.0' e sulla quale ho appena puntato altri 250 mila euro per spingerla sull'onda della 'green economy'?". La risposta è stata: riconvertire in tempi record la produzione in mascherine. Siamo nelle operose Marche, a Osimo Stazione (Ancona). Il titolare dell'azienda familiare Galassi Group alza il telefono e chiama il sindaco Simone Pugnaloni. "Gli ho detto: uniamo le nostre disperazioni e troviamo una soluzione".  "Avevo l'idea di mettere in campo un nostro materiale - dice - Si chiama 'ultramicrofibra', normalmente la usiamo per produrre mantici per fisarmoniche, nostro core business, e teli mare 'a prova' di sabbia finissima, come quella delle nostre spiagge". Le sue caratteristiche "si prestano" alla nuova causa. "E' un materiale versatile, lo usiamo anche per realizzare tende in grado di proteggere dai raggi ultravioletti del sole e fare da barriera al caldo". La scelta è stata di cominciare in tempi rapidi la produzione destinando le mascherine a un uso privato, non professionale. Risultato: in 3 giorni ne sono stati realizzati 12 mila pezzi, che il Comune sta distribuendo alle famiglie di Osimo, cittadina di 35 mila abitanti circa (e appunto 12 mila nuclei familiari). Il 25% di questa quantità è stato donato da Galassi Group.  Per raggiungere l'obiettivo si è mossa anche un'imponente macchina del volontariato che ha dato man forte ai 12 dipendenti della ditta. Galassi si è rimboccato le maniche e ha studiato la fattibilità del nuovo prodotto: "Per quanto compatto e protettivo fosse il mix di poliestere e poliammide che compone l'ultramicrofibra, abbiamo cercato di capire come renderlo ancora più performante, in grado di fare da barriera alle goccioline di uno starnuto, per intenderci. E quindi abbiamo schiacciato le fibre creando un'ulteriore barriera meccanica, poi abbiamo lavato il tessuto con ammorbidenti i cui componenti siliconici, fermandosi nella struttura, hanno aumentato ancora di più l'impermeabilità".  Il materiale non va cucito, ma basta tagliare la sagoma adatta al viso. La mascherina si fissa con asole (regolabili in 3 misure) alle orecchie e si allaccia dietro. "Non segna perché non ha elastici, è morbida e in tessuto certificato, e non c'è necessità di toccarsi naso e bocca per indossarla e toglierla. Noi consigliamo di metterla con gli occhiali da sole o da vista (non ha infatti neanche il ferretto che la blocca sul naso) per avere una protezione massima. Si può usare per andare a fare la spesa, o per situazioni in cui si è costretti a fare code", descrive Galassi. "Aumenta senz'altro la sicurezza, anche psicologica".  La mascherina è riutilizzabile, "noi consigliamo fino a 5 volte. Importante è l'asciugatura: mezz'ora ad alta temperatura in asciugatrice è l'ideale. E poi si può ricomprare. Il costo, Iva esclusa, è di 1,50 euro. E se su questi prodotti l'Iva venisse abbassata al 4%, ci risparmierebbe anche il cittadino". La nuova produzione è partita sabato scorso e lunedì le mascherine erano pronte. Si è riusciti nell'impresa grazie a volontari che si sono occupati del confezionamento.  "Noi abbiamo due macchine per il taglio e una per la campionatura e abbiamo allertato i partner che hanno le nostre stesse strumentazioni e le utilizzano in altri settori come la pelletteria. Loro mettono a disposizione le loro macchine per il taglio - oggi ferme per il decreto - Il collo di bottiglia era il confezionamento e lo abbiamo risolto in prima battuta attraverso il Comune e i volontari che hanno lavorato alacremente con noi per raggiungere la meta".  Oggi, calcola Galassi, "siamo in grado di produrre mediamente, al netto delle strozzature, 10 mila mascherine al giorno e stiamo migliorando nel confezionamento, passaggio su cui potrebbero ora contribuire delle cooperative. Allertando i colleghi del nostro network, potremmo anche raddoppiare a 20 mila al giorno. Abbiamo deciso di puntare sulla velocità del progetto. Per produrre invece un presidio medico sarebbe stato necessario un impianto specifico e 6 mesi è il tempo tecnico. La logica che abbiamo seguito è: noi realizziamo un prodotto per la popolazione, così le mascherine professionali possono andare tutte ai medici". Adesso le richieste piovono e la produzione di mascherine continuerà.  "Da oggi facciamo anche i turni di notte, noi della famiglia siamo impegnati in prima linea e vogliamo dare il buon esempio. Per me non esistono weekend né orari. Stiamo cercando di aumentare al massimo la produzione e forniamo anche a un'altra azienda il semilavorato (per una mascherina meno ampia come misure). Nel giro di un mese con tutte le collaborazioni attivabili e con tutto il network in campo potremmo arrivare a 1 milione di pezzi mensili", stima. Galassi ha già in mente anche un altro prodotto: "Un kit per sanificare superfici lisce, con il panno giusto e il gel disinfettante, da usare per esempio in ambienti di ufficio. A prezzo onesto", conclude.  Intanto, il sindaco di Osimo Simone Pugnaloni guarda già oltre. La volontà è di ampliare la platea di chi riceverà in dono la mascherina 'made in Osimo Stazione'. Ora si pensa di darle anche "ai volontari, che stanno dando una grande mano in questa situazione di emergenza, e alle società partecipate. A chi lavora nei servizi sociali, nelle manutenzioni, e così via". Pugnaloni è il motore dell'iniziativa insieme al Galassi Group. "Renzo Galassi mi ha chiamato dicendomi che voleva fare qualcosa per la città, riconvertendo il ciclo produttivo della sua azienda - spiega Pugnaloni - Ho coinvolto allora i medici del lavoro per analizzare i materiali ed è emerso che l'ultramicrofibra è molto resistente, ideale come barriera" per bloccare le goccioline di saliva e contribuire a minimizzare il rischio contagio. "La conclusione è stata: si parte con la produzione di mascherine che possono utilizzare le famiglie". Per l'acquisto è sceso in campo "il Comune. E il Gruppo Astea - realtà che gestisce servizi come acqua, igiene urbana, teleriscaldamento in condivisione fra diversi comuni - ci ha aiutato finanziariamente. Un quarto della fornitura è stata donata dall'azienda stessa che ringraziamo. La cosa più bella è stata il volontariato. Grazie alla Protezione civile più di 30 persone si sono messe a lavorare a un metro l'uno dall'altro in banchi distanti di 2 o 3 metri fra loro per confezionare le mascherine, accompagnandole con un libretto di istruzioni su come lavarle e riutilizzarle e mettendole dentro buste donate da un'altra azienda osimana, Cristianpack della famiglia Pergolesi". Ecco, continua il sindaco, "è stata un'operazione 'di famiglia' per le famiglie. Sono scese in campo aziende familiari e il Gruppo Astea è esso stesso come una grande famiglia per noi". Anche gli altri Comuni che 'fanno rete' con Osimo hanno espresso interesse per l'iniziativa. "C'è una grande sinergia fra sindaci qui", assicura Pugnaloni. Da quando le mascherine sono pronte, altri 20 volontari "sono in campo ogni giorno a gruppi di due per distribuirle. Ne saranno prodotte ancora. Ci metteremo d'accordo sul prezzo di vendita e sulla parte da donare". Le mascherine non sono l'unico intervento messo in campo dal Comune: "Stiamo disinfestando strade, piazzali e vicoli con un atomizzatore che passa di notte e presto faremo dono ai dipendenti delle società partecipate di dispositivi di protezione particolari che potrebbero essere donati da aziende del luogo. Abbiamo un servizio di 'pronto farmaco' e spesa a domicilio che sta riuscendo molto bene - elenca il sindaco - e abbiamo distribuito anche volantini per il servizio pranzo e cena a domicilio, pensando soprattutto agli anziani. Infine tre macchine della Protezione civile girano per la città alla mattina e al pomeriggio per 2 ore con un messaggio registrato che ricorda tutte le raccomandazioni da seguire per il contenimento dell'epidemia. Sul restare a casa i cittadini stanno migliorando sempre di più". L'operazione mascherine è piaciuta alla comunità locale. "Stanzieremo circa 20 mila euro, di cui un acconto già versato. Poi faremo conti alla fine perché vogliamo produrne altre quantità - riepiloga Pugnaloni - Intanto ho ricevuto tantissimi ringraziamenti. E sono contento che l'iniziativa sia stata apprezzata. Quando sono andato in azienda per vedere il risultato della produzione, sono stato il primo a indossare la mascherina numero 1. Un amico mi ha detto: 'Sembri un bandito'. E io gli ho risposto: 'No, sto andando a salvare i miei concittadini dall'emergenza Covid 19", conclude sorridendo.

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    Morto il sacerdote di Nuoro contagiato nella sua parrocchia

    Sacerdote diocesano, missionario nel Burkina Faso e prima anche marito e padre di famiglia: è la storia di don Giovanni Melis, 72 anni, uno dei due sacerdoti di Nuoro morti a marzo dopo essere stati infettati dal coronavirus. Don Melis è deceduto lunedì scorso a Sassari, dov'era ricoverato per il contagio contratto venti giorni prima, durante una messa in parrocchia che è costata la vita anche a Pietro Muggianu, 84 anni, canonico della cattedrale. Il Covid 19 ha avuto la meglio sul fisico del sacerdote-missionario, anche perché già indebolito dai problemi di salute patiti durante i soggiorni nel Burkina Faso, dove la malaria e la febbre gialla rappresentano due spauracchi, non sempre superabili neppure con le vaccinazioni.Nello Stato dell'Africa occidentale don Melis aveva realizzato il suo sogno missionario dal 2000, nei giorni in cui accarezzava l'idea di seguire la via del sacerdozio. Quattro anni prima un male incurabile gli aveva portato via la moglie Anna, dopo 27 anni di matrimonio, allietati dai figli Laura e Sandro, e vissuti più che altro a Torino da dirigente d'azienda.​"La morte di mia moglie è stata come il fallimento del progetto d'amore", raccontava qualche tempo fa don Melis, ormai diventato sacerdote dopo l'ordinazione in cattedrale a Nuoro, nell'ottobre del 2004. Non senza un pensiero per i due figli, diventati adulti e inseriti nel lavoro: "All'inizio sono rimasti un po' frastornati da questa mia decisione. Perché dopo avere perso la mamma, vedevano allontanarsi in qualche modo anche la presenza del padre. Ma hanno subito dopo capito e condiviso la scelta".Dalla comunità familiare l'ex manager è passato a quella ecclesiale, nelle parrocchie diocesane di Sarule e Lodè (Nuoro), dopo i primi anni da viceparroco a Nuoro. E qui, nella chiesa San Paolo ha contratto il coronavirus circa un mese fa. L'esperienza tra i diseredati dei sobborghi di Ouagadougou, la capitale dell'ex colonia francese, è stato l'elemento attorno a cui è ruotata la scelta di vita del sacerdote. Vi è tornato ogni anno, per dare una mano ai padri camilliani, che nella città di Koupela hanno aperto anche un ospedale per curare lebbrosi.Dall'Italia col gruppo missionario del Rosario di Nuoro don Melis portava nei bagagli generi alimentari e medicine. Sono solo alcuni tra i beni mancanti in una comunità che è 171esima (su 174) nella classifica della ricchezza, o povertà, mondiale. Coi volontari dell'associazione onlus, don Melis ha preparato alcuni progetti: il lebbrosario e una casa per gli anziani. È nata la scuola per l'infanzia 'Coro ‘e mama' (Cuore di mamma, in sardo) e alcune giovani sono state formate all'insegnamento. Altri ragazzi hanno avuto la possibilità di aprire laboratori per il burro di karitè, prodotto di pregio nella cosmesi occidentale. Opera sempre in evoluzione, che oggi passa per intero nelle mani dei soci della onlus: come un testamento spirituale del sacerdote nuorese, stabilito prima che l'ultima epidemia lo stroncasse.

  • Coronavirus, D'Amato: "Faremo test rapido a tutti i residenti del Lazio"
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    Coronavirus, D'Amato: "Faremo test rapido a tutti i residenti del Lazio"

    "Stiamo lottando con un virus subdolo e meschino. La nostra arma contro il Covid-19 deve essere il test rapido a tappeto. È fondamentale. Per questo mi auguro che arrivi al più presto una validazione scientifica dalle sperimentazioni che stiamo eseguendo". Lo afferma Alessio D'Amato, assessore alla Sanità alla Regione Lazio in un'intervista al 'Corriere della Sera - Cronaca di Roma'. "Mi riferisco - precisa - a quello che stanno testando lo Spallanzani e i medici di base sulla popolazione di Nerola e a quello che ha iniziato a sperimentare il Policlinico Tor Vergata". "Come dimostrano i dati siamo la quarta regione d’Italia per numero di tamponi effettuati: oltre 33mila. Ma anche se volessi triplicare lo sforzo - continua D'Amato - con i tempi di lavorazione degli attuali tamponi (otto ore, ndr) impiegheremmo anni a testare tutta la popolazione. Se il test rapido funziona, lo estendiamo a tutti i sei milioni di abitanti del Lazio. La sfida ora si gioca tutta sul territorio. Dobbiamo puntare a una diagnosi precoce e ad un intervento mirato già dai primi sintomi. E soprattutto dobbiamo monitorare le 1.300 persone ancora in isolamento domiciliare". "A Roma il secondo distretto sanitario è il più colpito, ma in generale tutto il quadrante nord della città - evidenzia D'Amato - Nella Asl Roma 1 l’incidenza è al 43,7 per cento ed è più alta al Flaminio, nel centro storico e anche in zone come Ponte Milvio, Balduina e Monte Mario. E' più bassa per esempio a Montesacro e a Monteverde. L’incidenza più alta si registra a Civitavecchia, nella Asl Roma 4, con una percentuale del 90,7 per cento. Seguono Rieti e Frosinone con il 69,5 e il 65,5. Dove incide il cluster delle case di riposo. Un 'settore' dove forse mancavano i controlli".

  • Ambra Lombardo scrive a Piero Chiambretti: “Hai combattuto una guerra”
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    DonneMagazine

    Ambra Lombardo scrive a Piero Chiambretti: “Hai combattuto una guerra”

    Ambra Lombardo ha scritto un messaggio a Piero Chiambretti, dimesso dall'ospedale dove era ricoverato per Coronavirus.

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    Askanews

    Firenze, cronista aggredito: Rossi esprime solidarietà giunta

    Il giornalista è stato preso a calci e pugni per strada