Urologi SIU a Congresso: riorganizzare la rete ospedaliera. Ecco come

·2 minuto per la lettura
Image from askanews web site
Image from askanews web site

Roma, 18 ott. (askanews) - La pandemia ci ha insegnato che la riorganizzazione della rete ospedaliera non deve basarsi su hub in competizione tra loro. Bisogna lavorare piuttosto per costruire un network di realtà che collaborino e interagiscano, una continuità di strutture che sviluppino al massimo la propria vocazione e le rispettive potenzialità. Coinvolgendo la sanità privata per sostenere al meglio i programmi assistenziali delle Regioni e del Governo. Vanno inoltre valorizzate le indicazioni che la pandemia ci ha consegnato senza mediazioni: l'importanza della medicina territoriale, della chirurgia ambulatoriale mininvasiva che deve sostituire lunghi ricoveri, costosi non solo in modo diretto ma anche indiretto, della chirurgia tradizionale ovunque sia possibile, riprendere un filo diretto con la medicina generale attraverso una rete informatica che si parli attraverso un'unica piattaforma nazionale, riorganizzare l'assistenza e la presa in carico del paziente anche con sistemi di telemedicina e tele assistenza. È da questa base che bisogna ripartire, anche in prospettiva di un corretto utilizzo dei fondi riservati alla sanità dal Recovery Fund e dal Meccanismo Europeo di Stabilità, per arrivare a creare una rete sul territorio unica, efficace ed efficiente.

È una delle conclusioni a cui si è giunti al termine dell'incontro "Agorà", alla sua seconda edizione, che si è tenuto, come di consueto, nell'ambito del 94° Congresso Nazionale della Società Italiana di Urologia SIU.

"L'obiettivo di creare sul territorio una rete fatta di maglie unite e collaborative richiede però importanti cambiamenti nel sistema, a cominciare dal versante ospedaliero - ha spiegato Francesco Porpiglia, Ordinario di Urologia dell'Università degli Studi di Torino e responsabile dell'ufficio scientifico SIU -. Bisognerà intervenire ad esempio sulla necessità di standardizzare gli interventi con i dispositivi chirurgici, che consentono di minimizzare i tassi di complicanze, e di aumentare la chirurgia mini invasiva. Purtroppo il sistema attuale premia ancora chi registra degenze più lunghe, e questo non è certo uno stimolo a incrementare gli interventi di chirurgia mini invasiva, che invece riducono i tempi di degenza".

"Sembra quasi che si voglia ignorare un elemento in realtà essenziale - ha precisato Roberto Mario Scarpa, direttore dell'Unità Operativa complessa al Policlinico Universitario Campus Biomedico di Roma e presidente SIU -: lo sforzo organizzativo e tecnologico alla base di un intervento mini invasivo, che comporta un ricovero di 24-48 ore, non viene adeguatamente compensato dai rimborsi del Sistema sanitario, che equipara i costi di tali procedure a quelli sostenuti per la chirurgia tradizionale. La stessa logica viene applicata per le procedure diagnostiche più innovativi".

"Lavorare tutti insieme, sentirsi maglie di un'unica rete è la chiave per affrontare i prossimi anni - ha aggiunto Luca Carmignani, direttore del dipartimento di urologia all'IRCCS San Donato, Università di Milano -. E far parte di questo network è un concetto che non può non riguardare anche il medico di famiglia e lo specialista. È importantissimo per queste due figure cruciali sul territorio una comune assunzione di responsabilità clinica".

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli