Swing State. Chi spera in un risultato rapido e chiaro, preghi la Florida

Giulia Belardelli
·Giornalista, HuffPost
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(Photo: franckreporter via Getty Images)
(Photo: franckreporter via Getty Images)

Nel cuore della notte più lunga d’America, le chance di uscirne relativamente presto sono tutte concentrate su un unico Stato: la Florida, lo Swing State più pesante dal punto di vista dei grandi elettori (29). Se qui Joe Biden riuscirà a essere in netto vantaggio, allora si potrà dire con ragionevole certezza che sarà lui il prossimo inquilino della Casa Bianca. Il punto è che, tra tutti gli Stati in bilico, il Golden State è anche quello più in bilico di tutti: secondo gli ultimi sondaggi, Donald Trump è in vantaggio dello 0,4%, una percentuale talmente esigua da rasentare la parità.

In Florida i funzionari elettorali affermano che ci sono buone probabilità che la stragrande maggioranza dei voti venga contata entro la mezzanotte del 3 novembre. E mentre i sondaggisti ritengono che Biden possa plausibilmente vincere la presidenza senza vincere in Florida, sono fiduciosi che il presidente Donald Trump non possa. Jim Messina, che ha guidato la campagna di rielezione del presidente Obama, nel 2012, ha riferito al New Yorker di aver eseguito simulazioni di circa sessantaseimila possibili risultati elettorali, e in nessuno di essi Trump risulta vincitore senza conquistare la Florida. ”È solo matematica”, ha detto. “Se Biden riesce a conquistare la Florida all’inizio della notte elettorale, è finita”.

Il 3 novembre gli occhi del mondo saranno puntati sulla Florida anche per il fattore tempo. Molti dei grandi Swing State, come la Pennsylvania e il Wisconsin, potrebbero impiegare diverse ore, o addirittura giorni, per dichiarare un vincitore. Questo perché le leggi statali non consentono il conteggio delle schede per corrispondenza o a distanza fino al giorno delle elezioni, anche se il voto per posta è in forte ascesa in mezzo alla pandemia di Covid-19.

In Florida, invece, i voti per corrispondenza vengono contati man mano che arrivano: ciò significa che, a meno che una valanga di schede non arrivi proprio nel giorno delle elezioni, le autorità statali dovrebbero riuscire a pubblicare il conteggio dei voti per corrispondenza poco dopo la chiusura delle urne, alle 7pm locali. Su richiesta dei supervisori elettorali delle contee, il governatore repubblicano Ron DeSantis ha accettato di consentire loro di iniziare a contare le schede con settimane di anticipo rispetto al solito. Si tratta di volumi da record: sono state ricevute più di tre milioni di schede per posta, oltre a circa due milioni di voti anticipati espressi di persona. Con ogni probabilità – scrive ancora il New Yorker - più della metà delle votazioni della Florida verranno espresse prima del giorno delle elezioni.

Anche il conteggio dei voti espressi in persona dovrebbe essere rapido. “La stragrande maggioranza sarà fatta entro le 21:00, e questo sarà vero per la maggior parte delle contee”, ha dichiarato Wesley Wilcox, supervisore delle elezioni nella contea di Marion. “Di solito, entro le 23 siamo fuori di qui, questa è la mia speranza e la mia preghiera”. In Stati come il Wisconsin e la Pennsylvania, invece, dove il computo dei voti postali non inizierà fino al giorno delle elezioni, il processo sarà verosimilmente più lungo e tortuoso.

Se The Donald dovesse perdere in maniera netta nella terra che ha scelto come suo “Stato d’origine”, le sue promesse (o minacce) di contestare i risultati elettorali altrove uscirebbero per forza di cose ridimensionate. È lo scenario ideale per i democratici, che se si paleserà sarà anche grazie all’impegno finanziario dell’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, che ha investito cento milioni di dollari per sostenere la candidatura di Biden in Florida.

Ma a rovinare i sogni dei democratici c’è la memoria dei passati sgambetti. La Florida, infatti, è lo Stato in cui i sogni dei liberali si sono più volte infranti. Nel 2018 i democratici hanno perso un governatore e un seggio in carica al Senato. Nel 2000 537 voti hanno consegnato la Casa Bianca al repubblicano George W. Bush, invece che ad Al Gore. Le ultime quattro volte che il partito ha vinto la presidenza, avrebbe potuto perdere la Florida e continuare a prevalere. Ma in due delle ultime tre sconfitte democratiche, vincere la Florida avrebbe significato conquistare la Casa Bianca. Quell’unica eccezione è stata il 2016, quando, nonostante la perdita del voto popolare nazionale, Trump ha ottenuto la maggioranza in un numero sufficiente di Stati da ottenere una comoda vittoria nel college elettorale. I risultati dalla Florida, tuttavia, sono stati il primo segnale lampante che la democratica Hillary Clinton era nei guai.

Nei suoi anni alla Casa Bianca, Trump è stato ben attento a non trascurare mai la Florida, una dimostrazione di quanto lo Stato sia importante per la sua strategia elettorale. Ha rinunciato alla sua residenza ufficiale a New York in favore del clima più caldo e politicamente più amichevole che si respira da quelle parti; appena può prende un aereo verso le sue proprietà di Mar-a-Lago e Doral.

“Mi sento potente, verrò lì dentro e bacerò tutti gli spettatori. Bacerò i giovani, bacerò le belle donne”, ha promesso ai suoi fan durante il comizio all’aeroporto di Orlando-Sanford. Sempre a Orlando l’ex presidente Barack Obama ha lanciato il suo appello agli elettori: “Non possiamo permetterci altri quattro anni di Trump”. Nel suo comizio a Miami è stato ancora più chiaro: “Se portiamo a casa la Florida, questa cosa è finita”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.