Usa e Ue parlano con i talebani. Ma non ancora con Xi e Putin

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ISTANBUL, TURKEY - OCTOBER 12: Turkish President Recep Tayyip Erdogan attends G20 extraordinary meeting on Afghanistan via video conference, at Vahdettin Mansion, in Istanbul, Turkey on October 12, 2021. (Photo by Mustafa Kamaci/Anadolu Agency via Getty Images) (Photo: Anadolu Agency via Getty Images)
ISTANBUL, TURKEY - OCTOBER 12: Turkish President Recep Tayyip Erdogan attends G20 extraordinary meeting on Afghanistan via video conference, at Vahdettin Mansion, in Istanbul, Turkey on October 12, 2021. (Photo by Mustafa Kamaci/Anadolu Agency via Getty Images) (Photo: Anadolu Agency via Getty Images)

“Ne è valsa la pena: questa è stata la prima risposta multilaterale alla crisi in Afghanistan. Il multilateralismo sta tornando: con fatica, ma è lo schema di lavoro dei paesi più importanti del mondo”, scandisce Mario Draghi al termine della riunione straordinaria del G20, voluta dalla presidenza italiana e svoltasi in modalità virtuale.

L’occidente tenta a fatica di rimettere ordine al caos provocato con il ritiro da Kabul ad agosto, promette aiuti umanitari, 1 miliardo di euro dall’Unione Europea, 300 milioni di dollari dagli Usa. Ma il punto è che per ora si ritrova da solo a organizzare un piano di recupero del danno fatto. Vladimir Putin e Xi Jinping non partecipano al G20, inviano dei sostituti, a voler prendere le distanze rispetto ad un caos di matrice occidentale. La riunione di oggi si conclude dunque con un programma di lavoro evidentemente molto virtuale. Dipende da troppe varianti. Primo: i talebani.

Mentre i rappresentanti di 20 governi del mondo si riuniscono per parlare di cosa fare per l’Afghanistan, insieme a Onu, Banca Mondiale, Fmi, Unione europea (rappresentata dai presidenti Charles Michel e Ursula Von der Leyen) e insieme ad alcuni Paesi ‘ospiti’ (Spagna, Paesi Bassi, Singapore e Qatar), a Doha una delegazione dell’Ue e una degli Usa imbastiscono trattative con i talebani. Il crinale è scivoloso. Si tratta di sviluppare contatti con il governo di Kabul, per indirizzare al meglio gli aiuti umanitari, ma evitando di riconoscerli politicamente. “Il punto è aiutare il popolo senza il coinvolgimento del governo”, dice Draghi da Roma, come Joe Biden sottolinea da Washington. “Il riconoscimento dei talebani avverrà solo quando la comunità internazionale sarà d’accordo sul fatto che sono stati fatti dei progressi sui diritti - continua il presidente del Consiglio - per ora non li vediamo”.

E questa è la prima difficoltà. “Il primo step è rispondere alla crisi umanitaria - dice il premier - e questo richiederà contatti con i talebani, non c’è alternativa”. Perché, spiega il capo del governo, bisognerà “evitare il collasso del sistema economico dell’Afghanistan per impedire che non sia più possibile fare assistenza umanitaria ed effettuare pagamenti: diventano impossibili se le banche afgane crollano definitivamente”.

Ma la seconda difficoltà è gestire l’emergenza profughi in maniera comune con gli altri partner internazionali, a cominciare dall’Ue. Al G20 il presidente turco Erdogan annuncia che “la Turchia non può permettersi un nuovo flusso di migranti dall’Afghanistan, ne sarebbero colpiti anche i paesi europei”. Poi lancia la proposta: “Il G20 deve costituire un gruppo di lavoro sull’Afghanistan e come Turchia offriamo la disponibilità a presiedere questo gruppo”. Idea che Draghi raccoglie con scetticismo.

“Proposta interessante, ma bisogna che gli altri membri siano d’accordo. Noi sull’immigrazione siamo stati lasciati soli”, aggiunge, lasciandosi andare ad una inedita ammissione di come l’Italia è stata trattata dal resto dell’Ue sui flussi del Mediterraneo: male. Di certo, sottolinea Draghi, bisogna organizzare dei “corridoi umanitari perché le migrazioni continueranno”.

Il G20 decide di dare mandato all’Onu per “elaborare una risposta concreta e agire direttamente - spiega Draghi - I vari attori internazionali, i paesi, la stessa Ue, le istituzioni finanziarie lavoreranno sotto questo grande ombrello”. Il punto è che al G20 di oggi non solo mancavano all’appello Putin e Xi (il primo ha inviato un viceministro, nemmeno il ministro degli Esteri Lavrov; il secondo si è fatto rappresentare dal ministro degli Esteri). Non c’erano nemmeno Iran e Pakistan, paesi confinanti dell’Afghanistan, quelli che finora hanno accolto il numero più alto di profughi, quelli che Mosca e Pechino avrebbero voluto intorno al tavolo virtuale.

Il primo passo della comunità internazionale sulla gestione della crisi afgana è claudicante. Draghi cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno: “La realtà è in movimento ma l’impressione è che la si voglia affrontare, non eludere. Siamo responsabili, è nostro dovere intervenire”.

Se ne riparlerà al G20 di fine mese a Roma, ma già in quella sede l’Afghanistan sarà argomento non centrale, da qui l’insistenza di Draghi sulla necessità di tenere una riunione straordinaria su questo dossier. Il 30 e 31 ottobre sarà la lotta ai cambiamenti climatici a dettare l’agenda. Ma anche qui c’è bisogno della collaborazione attiva di Russia e Cina, oltre che dell’India, grandi produttori di Co2 ancora lontani dagli obiettivi di neutralità climatica. Mancano venti giorni per cercare di portarli sulla buona strada verso la conferenza Onu sull’ambiente di novembre in Scozia (Cop26). Mancano venti giorni per riuscire a stabilire una collaborazione fattiva di Mosca e Pechino con Washington, per riuscire a scalfire il grande gelo che li separa in questo dato momento storico.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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