USA, evita il carcere grazie a Facebook

Filippo Panza
Antoine Garrot, 26enne francese, si è alzato una mattina e si è reso conto di essere stufo di ipocrisia e falsità, per questo ha deciso di non mentire più, almeno su Facebook. Ha iniziato così a pubblicare commenti del tutto spontanei e sinceri sulla sua bacheca e su quella dei suoi amici.

La tecnologia di per sé non è un male, è l’uso (o abuso) a renderla tale. Davide White, un 19enne americano, che è riuscito a non finire in galera grazie a Facebook, sarà quasi sicuramente d’accordo con questo principio-cardine di molti studi sui media. Il giovane, probabilmente il primo a poter dire di aver realizzato questa ‘impresa’, lo scorso weekend era a un mega party privato a Beverly, cittadina sulla costa a circa 25 miglia a nord di Boston, nel Massachusetts. Tra bagordi, fiumi di alcool e musica ad alto volume, i partecipanti alla festa selvaggia hanno oltrepassato il limite. Così è dovuta intervenire la polizia che, non senza difficoltà, ha riportato l’ordine e ha arrestato i più indisciplinati. Tra questi David, accusato di disturbo alla quiete e condotta disordinata, condannato a pagare una cauzione di 40 dollari per non finire dietro le sbarre. Gli viene concesso, come da prassi, di usare il telefono. Chiama la mamma più volte, ma lei non risponde. A quel punto, non ricordando a memoria altri numeri, il 19enne ha l’idea che lo tira fuori da una brutta situazione. Chiede agli agenti di poter usare il suo telefonino. E lo sfrutta per collegarsi al suo profilo di Facebook. Manda un vero e proprio Sos agli amici. Uno di questi si precipita in commissariato, paga i 40 dollari previsti e libera l’amico.

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Per una volta anche la rigida regola carceraria di una telefonata per detenuto, applicata in tanti film americani, è stata aggirata. “Lo abbiamo permesso e ha funzionato – ha spiegato il Dipartimento di polizia di Beverly - quando le persone sono cooperative con noi, lavoriamo con loro e questo era il caso”. Una storia a lieto fine, insomma. “Un’altra buona ragione per avere uno smartphone” hanno affermato con ironia gli agenti a stelle e strisce. Se il giovane David è probabilmente il primo ad evitare il carcere grazie a Facebook, il social network creato da Mark Zuckerberg è entrato altre volte nelle pagine di cronaca nera degli Usa. Un paio di anni fa, ad esempio, Justin Lee Walker, 32 anni, stava scontando una condanna a trent’anni di carcere per aver ucciso nel 2001 uno sceriffo dell’Oklahoma. Eppure il detenuto aveva un profilo Facebook, da cui tra l’altro si evinceva che possedeva un Blackberry, coltelli, un bong, marijuana e alcolici. Oltre ad organizzare party con gli altri detenuti. La conclusione per Justin, il trasferimento dal riformatorio statale di Granite al penitenziario di massima sicurezza di McAlester, è stata decisamente meno positiva rispetto a quella toccata al giovane di Boston.

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Anche in Italia il binomio carcere-Facebook non è ormai una novità. Tre mesi fa si è scoperto che due detenuti, uno dei quali in cella per omicidio, usavano il social network durante i permessi di lavoro. Con tanto di post e foto. Niente di penalmente perseguibile, ma una violazione dell’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario, che non permette di usare Internet a chi sta scontando una pena. E così i due detenuti si sono visti revocare il permesso di lavorare all’esterno del carcere. Per un po’ di tempo saranno ancora meno liberi.

VIDEO - Perché è importante garantire il diritto a internet a tutti