Usa, un anno di Trump: tra scandali e promesse mantenute

Usa, un anno di Trump: tra scandali e promesse mantenute

È arrivato alla Casa Bianca con la promessa 'prima gli americani' (American First): un anno e molte decisioni spettacolari più tardi Donald Trump ha confermato la sua volontà di voltare le spalle al multilateralismo sulla scena internazionale.

Al termine del primo anno di governo l'immagine del presidente degli Stati Uniti nel mondo è peggiore di quanto non sia mai stata quella dei suoi due predecessori, Barack Obama e George W. Bush, secondo un sondaggio Gallup: solo il 30% degli intervistati in 134 paesi approva l'azione del miliardario repubblicano. A sorpresa i più severi sono gli alleati tradizionali degli Stati Uniti, l'Europa occidentale, il Canada o il Messico. "Molte alleanze considerate dall'amministrazione Trump come una" grande forza "sono di fatto minacciate", afferma l'istituto di rilevazione. Molto dipende dalle sue azioni estreme, soprattutto in materia di politica estera, come il riconoscimento di Gerusalemme a capitale di Israele e la volontà di uscire dagli accordi di Parigi sul clima.

A livello nazionale ha conquistato alcuni successi, con l'approvazione della riforma fiscale e l'ok della Corte suprema al cosiddetto 'travel ban', il divieto di ingresso nel paese a persone provenienti da Chad, Iran, Libia, Somalia, Siria, Yemen, Corea del Nord e Venezuela

 A un anno da quel 20 gennaio 2017, giorno dell'Inauguration Day, ecco nel dettaglio le mosse di Trump:

ECONOMIA - RIFORMA FISCALE. La crescita supera il 3%, la Borsa polverizza un record dietro l'altro, l'occupazione aumenta. Il successo maggiore è la riforma fiscale: favorisce soprattutto i profitti delle imprese la cui tassazione scende dal 35% al 21%, o al 15,5% nel caso di rimpatrio dei capitali parcheggiati all'estero.

TRAVEL BAN. In campagna elettorale Trump aveva promesso che avrebbe vietato l'ingresso negli Usa a tutti i musulmani. Pochi giorni dopo l'arrivo alla Casa Bianca, il 27 gennaio Trump ha emesso per decreto un primo 'travel ban', che prevedeva il blocco temporaneo dell'ingresso negli Stati Uniti di cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana (Iran, Siria, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen e Libia). Dopo il blocco di questo ordine esecutivo per  via giudiziaria, il 6 marzo Trump ne ha promulgato una nuova versione, entrata in vigore il 16 marzo, che vieta l'ingresso negli Usa ai rifugiati e ai cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana, e non più di sette (è stato escluso l'Iraq), e vieta anche l'ingresso negli Usa per 120 giorni dei rifugiati di tutto il mondo. Dopo il blocco da parte di alcuni Stati, la Corte Suprema ha deciso il 5 dicembre che poteva entrare in vigore.

ACCORDI DI PARIGI SUL CLIMA. Durante la corsa per le presidenziali, Trump aveva criticato gli accordi di Parigi sul clima sostenendo che favorissero la Cina e danneggiassero gli interessi degli Usa. Trump chiedeva condizioni più favorevoli per imprese e contribuenti statunitensi, ma non ha precisato in che termini.  A giugno, pochi giorni dopo avere partecipato al G7 di Taormina, ha annunciato il ritiro degli Usa dall'intesa. In base alle regole, tuttavia, il ritiro formale può entrare in vigore soltanto nel 2020.

OBAMACARE. Nonostante l'abrogazione della riforma sanitaria 'Obamacare' sia stato uno dei cavalli di battaglia di Trump in campagna elettorale, i repubblicani in Congresso non sono riusciti ad accordarsi per un'alternativa da approvare. La situazione è finita in uno stato di stallo. Gruppi di medici e altri lavoratori del settore  hanno protestato a causa dei tagli che implicherebbe a Medicaid, il programma di assistenza sanitaria per i più poveri, esprimendo il timore che milioni di persone resterebbero senza copertura assicurativa.

DREAMERS (DACA). Il tycoon aveva promesso in campagna elettorale che avrebbe mandato via dagli Usa tutti i migranti senza documenti. Una delle mosse in quest'ottica è stata, lo scorso 5 settembre, l'annuncio dello stop al programma Daca (Deferred Action for Childhood Arrivals), lanciato da Obama nel 2012 per i cosiddetti Dreamers, cioè i giovani arrivati negli Usa da bambini con i genitori migranti irregolari. La partita resta però adesso in gran parte  aperta e la palla passa al Congresso: dall'annuncio in poi non vengono più accolte nuove richieste di adesione al piano, ma il Congresso ha sei mesi di tempo, cioè fino al 5 marzo del 2018, per decidere se e come tutelare i circa 800mila beneficiari del Daca.

IRAN. Trump ha sempre sostenuto che l'accordo sul nucleare con l'Iran, firmato nel 2015 da Teheran e dai Paesi del 5+1, non sia negli interessi degli Usa. Di fatto, però, ha delegato l'azione al Congresso. Il 13 ottobre il presidente Usa ha annunciato che al  momento manterrà la partecipazione all'accordo sul nucleare, ma Washington si ritirerà se il patto non verrà modificato, in modo unilaterale dal Congresso Usa o multilaterale in negoziati insieme agli altri Paesi del 5+1 e all'Iran. Trump ha chiesto al Congresso di approvare un emendamento di legge che segnali le "linee rosse" che, se superate, farebbero scattare per Teheran l'imposizione delle sanzioni rimosse in virtù dell'accordo firmato nel 2015. Intanto parallelamente il  governo di Trump vuole provare a raggiungere un'intesa con gli altri Paesi firmatari.

MURO CON IL MESSICO. In campagna elettorale Trump aveva sostenuto che avrebbe fatto costruire un muro al confine tra Messico e Stati Uniti, per arginare l'immigrazione illegale, e che i costi sarebbero stati pagati dal Messico. Il Paese vicino si è sempre rifiutato di accettare questa ipotesi.  A un certo punto Washington ha ammesso  l'idea di farsi carico dei costi e poi cercare in qualche modo un rimborso e il Congresso Usa è stato incaricato di trovare i fondi, finora senza alcun progresso. Il costo stimato è di 21,6 miliardi di dollari. Attualmente solo 1.052 dei 3.058 chilometri di confine con il Messico hanno una recinzione. Ora lo stesso Trump lo ha ridimensionato: arriverebbe a fortificare la metà del confine meridionale. Sta cercando di negoziarne i finanziamenti con l'opposizione democratica in cambio di qualche concessione ai Dreamer (immigrati senza documenti, ma cresciuti negli Usa).

MEDIORIENTE. Il 6 dicembre il presidente ha annunciato ufficialmente la sua decisione: "È ora di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele", spostando l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. La scelta ha scatenato un'ondata di reazioni e di proteste nel mondo arabo non ancora placate.