Usare i big data per prendere le grandi decisioni della propria vita

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AGI - Decisioni importanti? Quelle che valgono una vita o per la vita? Come sposarsi o in che luogo andare abitare abitare, per esempio, e che in genere si prendono o d'impulso oppure consultandosi con gli amici più stretti o i parenti più cari? Bene, ora alle relazioni affidabili o all'istinto c'è un'alternativa, valida: consultare e analizzare i Big data, perché “grandi quantità di informazioni su tutti gli aspetti del comportamento umano sono diventate sempre più accessibili” e “tracciare la rotta migliore” suggerisce il britannico The Guardian.

Infatti, da tempo – seguita il giornale – “ci sono prove schiaccianti - e spesso sorprendenti - che gli algoritmi possono essere molto migliori delle persone nel prendere decisioni difficili”, tant'è che “i ricercatori hanno raccolto dati su vari tipi di scelte che le persone fanno, le informazioni su cui basano tali scelte e come vanno a finire le cose”.

Hanno scoperto, ad esempio, che un semplice algoritmo basato sui dati “sarebbe stato migliore dei giudici nel decidere se un imputato dovesse rimanere in prigione o essere rilasciato; meglio dei medici nel decidere se un paziente debba sottoporsi a una procedura”; e anche meglio dei dirigenti scolastici “nel decidere quali insegnanti dovrebbero essere promossi” nelle diverse graduatorie.

Insomma, la potenza dell'analisi dei dati è stata dimostrata anche nel mondo dello sport e degli affari. Per esempio le squadre di baseball hanno di recente scoperto che gli algoritmi sono migliori degli scout nello scegliere i giocatori e dei manager nello scegliere le strategie di gioco mentre le aziende tecnologiche della Silicon Valley hanno scoperto che i dati degli esperimenti forniscono informazioni migliori su come progettare i loro siti Web rispetto a quanto potrebbero fare i designer.

Tuttavia sul piano personale e i grandi interrogativi delle single vita, finora le “statistiche hanno avuto un impatto sorprendentemente scarso, finora, sulle nostre vite personali”, informa il Guardian, in quanto uno dei problemi principali è che “è stato difficile ottenere buoni dati sulle più grandi domande personali della vita”.

Più facile nel resto di tutte le altre attività. Se infatti nel baseball le informazioni di base potrebbero esser arrivate grazie a tutte le segnalazioni sulle prestazioni che i suoi fan ossessivi hanno richiesto e raccolto nel tempo, più difficile e poter rispondere alla domanda “non troppo banale” su cosa rende felici le persone. Il punto è che i dati per rispondere a questa domanda in modo rigoroso e sistematico “semplicemente non erano disponibili nel 20° secolo” mentre, al contrario, “i play-by-play di ogni gioco hanno fornito materiale grezzo per i data scientist che lavorano nello sport”.

Misurare la felicità in base alle emozioni dei tifosi del baseball

In definitiva, la felicità, a differenza del baseball, semplicemente non era aperta alla ricerca quantitativa. Ma la ricerca progredisce, non si ferma mai, cosicché approfitta anche dello sport per porre interrogativi come cosa stai facendo? Con chi sei? Quanto sei felice? E si è scoperto che guardare le partite sportive che coinvolgono la propria squadra del cuore può essere particolarmente pericoloso per l'umore.

Tant'è che è stato misurato che il tifoso medio di sport “ottiene 3,9 punti di felicità quando la sua squadra vince, ma perde 7,8 punti di felicità quando perde”. E così uno studio condotto da tre economisti del National Bureau of Economic Research di Cambridge, Massachusetts, ha infine analizzato i dati del sondaggio e classificato la felicità di ogni angolo degli Stati Uniti, scoprendo che quando le persone si trasferivano da una città infelice a un luogo più felice, l'effetto si attenuava su di loro e il loro umore generale migliorava.

Secondo il quotidiano inglese, effettivamente “questi sono i primi giorni della rivoluzione dei dati nel processo decisionale personale”. Anche se non si può dire che possiamo già da ora affidare completamente le nostre scelte di stile di vita agli algoritmi, ma quel che è certo che potremmo “arrivare a quel punto in futuro”.

Tuttavia, in conclusione, quel che è certo è che “possiamo migliorare drasticamente il nostro processo decisionale consultando le prove estratte da migliaia o milioni di persone che hanno affrontato dilemmi simili ai nostri. E possiamo farlo adesso, in qualsiasi momento.