Vaccini, riforma e scuola: Mattarella a fianco di Draghi

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ROME, ITALY - FEBRUARY 13: Italian President Sergio Mattarella(C) and Italian Prime Minister Mario Draghi pose for a picture after the swearing-in ceremony at the Quirinal palace, on February 13, 2021 in Rome, Italy. Former President of the European Central Bank Mario Draghi was sworn in as Italy’s Prime Minister today, after the collapse of the Italian government last month. (Photo by Roberto Monaldo/AM POOL/Getty Images) (Photo: AM POOL via Getty Images)
ROME, ITALY - FEBRUARY 13: Italian President Sergio Mattarella(C) and Italian Prime Minister Mario Draghi pose for a picture after the swearing-in ceremony at the Quirinal palace, on February 13, 2021 in Rome, Italy. Former President of the European Central Bank Mario Draghi was sworn in as Italy’s Prime Minister today, after the collapse of the Italian government last month. (Photo by Roberto Monaldo/AM POOL/Getty Images) (Photo: AM POOL via Getty Images)

Monito, appello, consapevole richiamo alla responsabilità. Chiamatelo come volete, ma la sostanza non cambia. Sin dall’inizio di questa crisi, Sergio Mattarella ha accompagnato ogni momento di snodo col tono asciutto e senza aggettivi che gli è proprio, anche quelli a più alta intensità emotiva. Stavolta coglie l’occasione della tradizionale cerimonia del Ventaglio per esercitare la sua funzione di indirizzo, perché la presidenza della Repubblica non è uno spazio neutro e notarile, ma, come si è visto in vari passaggi di questa emergenza senza precedenti, il luogo chiamato, costituzionalmente, a garantire l’interesse e la coesione nazionale: “Vaccinarsi è un dovere morale e civico”, dice, perché rappresenta l’unico strumento che abbiamo per contenere la diffusione del contagio, e con esso, della pericolosa variante. Ed evitare “una nuova paralisi della vita sociale” e “nuove chiusure” con “conseguenze pesanti per famiglie e imprese”.

Parole che indicano la consapevolezza, e invitano alla consapevolezza che siamo cioè in un nuovo momento cruciale, perché è evidente che non è finita e, per convivere con la pandemia senza rinunciare alla vita, al lavoro, alla scuola, dove si sono “registrati enormi danni umani e culturali” e dove “il regolare andamento del prossimo anno deve essere una assoluta priorità”, occorrono regole e disciplina. Mattarella non nomina direttamente il green pass o l’obbligo di vaccinazione per i docenti o sui trasporti, ma è chiaro che si riferisce a questo impianto in discussione del governo, sostenendolo neanche tanto implicitamente, quando dice che “libertà è condizione irrinunciabile, ma chi la limita è il virus, non gli strumenti e le regole per sconfiggerlo” e dunque “si può dire ‘in casa mia il vaccino non entra’ ma questo non si può dire per gli spazi comuni, dove le altre persone hanno il diritto che nessuno porti un altro pericolo di contagio”.

Ecco, un discorso che è una scelta di campo, proprio nel giorno in cui il governo è stato costretto rinviare le misure su scuola e trasporti alla prossima settimana. E proprio nel giorno in cui, mentre Draghi ha ottenuto un altro milione di dosi di vaccini dall’Europa, il fior fiore dei parlamenti leghisti ha scelto di partecipare al raduno no green pass, in fondo no vax, in piazza del Popolo, in nome di una discutibile declinazione del concetto di libertà. Ed è proprio la libertà il cuore del messaggio presidenziale, perché l’alternativa non è tra vaccino e non vaccino, ma tra vaccino e chiusure, che limitano circolazione, produzione, vita. E adesso, dopo le parole di Mattarella, comprese quelle sulla necessità di “rispettare gli impegni assunti” in materia di riforme perché è giusta la mediazione ma poi bisogna essere in grado di assumere decisioni chiare ed efficaci, rileggete quelle di qualche giorno di Mario Draghi, anche in quel caso su vaccini perché chi fa appelli a non farli fa appelli alla morte e riforma della giustizia che non si può rinviare: un’idem sentire, un’identità di visione, insomma una stessa declinazione dell’interesse nazionale.

Diciamo le cose come stanno: siamo tecnicamente dentro una “curvatura presidenzialista” de facto. E non perché ci sia una volontà di qualcuno di esondare dai propri poteri. Ma perché – c’è poco da fare – la liquefazione del sistema politico e la crisi dei partiti che ha portato alla nascita del governo Draghi su impulso del capo dello Stato, fa sì che l’Italia sia, in questo momento, il paese dei “due presidenti”, in quanto garanti dell’interesse nazionale, sul piano dell’emergenza sanitaria, della ricostruzione economica, dell’affidabilità e della credibilità internazionali. Le cosiddette bandierine identitarie dei partiti non sono tutte uguali, ce ne sono di nobili e di meno nobili, di razionali e di oscurantiste, di europeiste e di euroscettiche, ma il dato è che nessuna, delle forze politiche, è in grado di garantire una tenuta sistemica in un quadro politico che è ancora dentro il default che ha prodotto Draghi. Si è semplicemente spostato il baricentro dal piano strettamente politico al piano istituzionale. Quanto poi, se questo è lo schema, ci si possa permettere di scegliere, o il sistema ancora collassato sarà in grado di scegliere, il prossimo febbraio, un inquilino al Quirinale che non sia uno di questi due presidenti, è altro discorso, prematuro e inutile ora.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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