Vaccino Covid, infettivologa Spallanzani vaccinata: "Spaventa virus, oggi è rinascita"

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Paura la notte prima di sottoporsi alla somministrazione del vaccino anti-Covid? "No, assolutamente. Sapevo che dietro questo vaccino c'erano l'intuizione, l'impegno e soprattutto il metodo rigoroso di ricercatori scrupolosi ed eccellenti. Sono un medico e una ricercatrice anch'io. So perfettamente a quali condizioni epistemologiche debba attenersi ogni innovazione o scoperta scientifica. Non c'è nulla di improvvisato, nulla è lasciato al caso. Prima che il vaccino venisse reso disponibile sono state effettuate numerose verifiche sulla sua sicurezza. Perché dovremmo avere paura? A fare paura, semmai, era ed è il Covid-19, non certamente il vaccino". Così all'Adnkronos Alessandra Vergori, l'infettivologa dell'ospedale Spallanzani tra i primi medici in Italia a sottoporsi alla somministrazione del vaccino anti-Covid in quello che passerà alla storia come Vax-Day Europeo.

"Il vaccino opererà immediatamente sulla riduzione del numero dei malati, sulle ospedalizzazioni e sulle terapie intensive. Quanta più gente beneficerà della copertura vaccinale, tanto più si ridurrà la possibilità che il virus crei nuovi contagi, consentendo la cura dei già contagiati a fronte di un indice di riproduzione del Covid-19 via via più basso. Il vaccino è stato pensato, e per fortuna è arrivato, anche per prevenire il collasso del Sistema sanitario nazionale", ha detto ancora Vergori. Il vaccino anti-Covid "sarà lo strumento più forte che avremo a disposizione per venire fuori da un incubo lungo quasi più di un anno. Il vaccino, associato ai comportamenti responsabili già ampiamente adottati nel corso di questi mesi, ci farà progressivamente riappropriare della normalità". Poi la dedica del V-Day "alle vittime del Covid-19, senza dubbio, e ai loro cari. Chi si può permettere tanta leggerezza nello sminuire i rischi del Covid-19 manca di rispetto soprattutto a loro".

Vergori è stata in prima linea sin dal primo giorno, fronteggiando la prima ondata nella scorsa primavera e ora la seconda. "Il momento più duro, senza dubbio - ricorda - è stato quando ho dovuto dire per telefono al figlio di una nostra paziente che lei non c'era più, che non ce l'aveva fatta a superare la notte. Piangeva lui, e piangevo io all'altro capo del telefono. Purtroppo è successo altre volte nel corso di questi mesi di dover informare i familiari della perdita di un loro caro, ma quella è stata la prima occasione in cui mi sono resa pienamente conto dell'incubo che stavamo vivendo. Il momento più bello è il giorno della vaccinazione, finalmente".

La drammatica esperienza del Covid, vissuta in corsia, "mi ha ricordato, quasi con brutalità, che la nostra condizione è perennemente instabile, intanto. E mi ha insegnato ad apprezzare l'ineffabilità della natura, di cui noi uomini siamo parte, e la ciclicità delle cose. Dove ci viene mostrata la fine, c'è un nuovo inizio poco oltre".