"Vaccino Oxford, bene i primi dati. Ora speriamo nella terza fase di sperimentazione". Intervista a Matteo Bassetti

Luciana Matarese
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Vaccino Oxford, Matteo Bassetti (Photo: ansa)
Vaccino Oxford, Matteo Bassetti (Photo: ansa)

“I dati del vaccino di Oxford, almeno quelli emersi dalle prime due fasi, ci dicono che c’è stata una risposta immunitaria molto forte. Ci auguriamo che anche nella terza fase, quella immediatamente precedente la messa in produzione, si confermino gli standard già segnati in termini di sicurezza e efficacia”. Il professore Matteo Bassetti punta sulla sperimentazione in corso a Oxford, sul vaccino ChAdOx1 messo a punto dallo Jenner Institute della Oxford University con la collaborazione dell’italiana Irbm.

Per il primario di malattie infettive al San Martino di Genova, tra i protagonisti della scena mediatica durante e dopo l’emergenza Covid, “il vaccino è fondamentale, sia se il virus tornerà a circolare come nei mesi invernali sia se circolerà meno come in questo momento” perché “è meglio fare un vaccino che una malattia”. Sul resto - il ritorno del Coronavirus, i nuovi contagi e un certo diffuso allentamento sulle regole anti virus - Bassetti, tra i dieci firmatari del documento secondo cui è inequivocabile il crollo dei malati di Covid, non condivide quello che definisce “il nuovo clima di allarmismo”. E a coloro che “parlano tanto e magari non ci sono mai stati” rivolge un invito. “Vengano a visitare i nostri ospedali - dice - al San Martino di Genova, Al San Raffaele di Milano, a Bergamo, che sono stati flagellati dal virus. Così si renderanno conto in che condizioni sono e magari smetteranno di dire cose che non corrispondono alla realtà”.

Professor Bassetti, non c’è nel Paese un allentamento nell’attenzione alle regole anti Covid?

“Secondo me è ragionevole pensare che dopo mesi in cui si è rimasti chiusi in casa possa esserci una certa voglia di evasione. Da cittadino lo comprendo. Da medico, però, mi rendo conto che bisogna continuare ad avere cautela, a osservare determinate regole. Ma non bisogna avere certe pretese”.

A quali pretese si riferisce?

“Non si può pensare che si indossi la mascherina, tutti, sempre, a 35 gradi. La mascherina va indossata nei luoghi chiusi, mentre all’aperto solo quando non c’è possibilità di mantenere le distanze. Pretendere che la si tenga su sempre rischia di far perdere consapevolezza dello strumento, che è sì un mezzo di difesa, ma non è la cintura di sicurezza, che si utilizza in un solo modo. Le mascherine sono di diversi tipi, in tanti casi non le si indossa correttamente. È un modo per sentirsi protetti, non deve diventare una costrizione. Per il resto, continuiamo a osservare il distanziamento fisico e a lavarci o frizionarci con una soluzione alcolica le mani”.

Continuano a levarsi allarmi - dal Veneto, dal Lazio, da Savona - per nuovi possibili focolai.

“Non parlerei di “focolai”. Oggi su mille persone con tamponi positivi quanti hanno sintomi, quanti vanno in ospedale? Percentuali vicine allo zero. Bisogna distinguere tra chi è positivo e asintomatico e chi deve ricoverarsi in ospedale. I casi cui ci si riferisce ogni giorno nel bollettino della Protezione civile non sono nuovi malati, sono persone sane con tampone positivo. Chissà a gennaio e febbraio quanti ce n’erano”.

Questo che vuol dire?

“Che il virus circola, ma in misura inferiore come è stato già dimostrato. Oggi è ridotta la carica virale ovvero anziché avere in circolazione 100.000 pezzettini del virus ne abbiamo 1000 o poco più. È mutato lo spettro della malattia, con una decisa minore letalità”.

Molta movida, controlli scarsi, su tante spiagge niente distanziamento fisico: in una parte del Paese sembra quasi il virus non ci sia stato. Al Sud, per esempio, l’area meno colpita. Cosa ci dice tutto questo?

“Non va bene perché, essendo circolato meno, se dovesse riprendere a girare come nei mesi invernali il virus troverebbe in queste zone una parte consistente di persone più sensibili. Quanto alla necessità di controlli più stringenti, non condivido l’impostazione della questione sulla dicotomia ordine/disordine. In Italia sono state fatte cose da stato di polizia e invece, anziché imporle, bisognava spiegare l’importanza di certe misure, essere convincenti. Invece a livello centrale si è resa ancora più complicata una materia già complessa”.

Di fronte alla risposta deludente all’indagine sierologica si è parlato di “rimozione in atto nel Paese”.

“Non è un problema di rimozione, tanti italiani non hanno risposto all’invito di Ministero e Istat perché il sistema non funzionava. Di fronte alla prospettiva di restare giorni e giorni in quarantena in attesa di un tampone senza la certezza che arrivasse, la gente si è sottratta”.

Ci si prepara alla tanto annunciata seconda ondata. Questo clima di relax potrebbe anticiparla?

“Prevedere cosa succederà nei prossimi mesi è come leggere l’oroscopo. Avremo certamente dei casi nella stagione invernale, ma se saranno più o meno gravi non si può dire ora. Sappiamo, però, che abbiamo fatto un buon lavoro e sono certo saremo in grado di gestire meglio la situazione. Evitiamo toni da terza guerra mondiale. Anche perché otterremo l’effetto contrario: a furia di sentire “al lupo al lupo” la gente si stanca e non ci segue più. Quelli che parlano tanto e magari non ci sono mai stati dovrebbero venire a visitare i nostri ospedali - il San Martino di Genova, il San Raffaele di Milano, l’ospedale di Bergamo - che sono stati flagellati dal virus. Li invito, vengano. Così si renderanno conto in che condizioni sono e magari smetteranno di dire cose che non corrispondono alla realtà”.

Non teme che le sue dichiarazioni possano invogliare comportamenti scorretti?

“Questa è la realtà dei fatti. Se l’intendimento dei nostri politici o di chi ci governa è terrorizzare la gente, io non ci sto”.

Il Governo sta valutando se prorogare lo stato di emergenza.

“Non faccio il politico, ma l’emergenza ospedaliera è finita. Il Governo ha a disposizione tutti gli strumenti per proclamare lo stato di emergenza quando e se dovesse ripresentarsi il problema. Farlo ora dà il senso di un Paese in mezzo al guado e non è così”.

Per non farsi trovare impreparati si pensa a riorganizzare il Sistema sanitario nazionale. Un aiuto può venire dal Mes?

“Me lo auguro. L’emergenza relativa al sistema sanitario, depredato e disastrato, c’è e va affrontata. Ben vengano nuovi fondi per affrontarla, dal Mes come da altre parti. Servono investimenti, anche dopo il Covid ne ho visti ben pochi”.

Voli bloccati per sedici Paesi a rischio. Che pensa della black list? E per le persone che continuano a sbarcare sulle nostre coste quali controlli bisognerebbe prevedere?

“Fatta così la black list non ha senso, è pura cosmetica. Anche perché mediante voli indiretti - con la cosiddetta triangolazione - gli arrivi dai Paesi più problematici continuano tranquillamente. Per coloro che sbarcano, invece, senza voler fare del razzismo, bisognerebbe prevedere test rapidi e tamponi. Non possiamo correre il rischio che in Italia arrivi un virus diverso da quello che sta circolando da noi, con una carica differente”.

Professor Bassetti, il vaccino ci salverà?

“I dati del vaccino di Oxford, almeno quelli emersi dalle prime due fasi, ci dicono che c’è stata una risposta immunitaria molto forte. Ci auguriamo quindi che anche nella terza fase, quella immediatamente precedente la messa in produzione, si confermino gli standard già segnati in termini di sicurezza e efficacia. Il vaccino è fondamentale, sia se il virus tornerà a circolare come nei mesi invernali sia se circolerà meno come in questo momento. È meglio fare un vaccino che una malattia”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.