Valeria, ragazza dj Fabo: silenzio del Parlamento è vergogna

Red/Nav

Roma, 30 lug. (askanews) - Oggi è stato reso pubblico il primo parere sul suicidio medicalmente assistito redatto dal Comitato Nazionale di Bioetica, istituto che svolge funzioni di consulenza per le istituzioni e di informazione nei confronti dell'opinione pubblica sui temi etici collegati alla ricerca e alla salute. Tra i membri del comitato ha prevalso, seppur di poco e con il consueto voto contrario della componente cattolica, la linea favorevole a un'apertura nei confronti del provvedimento, che, è stato sottolineato, è "distinto dall'eutanasia". Da qui comincia la chiacchierata esclusiva di Rolling Stone con Valeria Imbrogno, ex campionessa europea di pugilato e compagna di Dj Fabo, che lo ha accompagnato negli ultimi anni di vita e nella decisione di rendere pubblica e "politica" la scelta personale di porre fine alla propria vita, devastata dalla malattia. Anche lei, suo malgrado, è diventata un volto di questa battaglia civile, e non ha alcuna intenzione di tirarsi indietro ora.

Quanto è importante il documento del Comitato Nazionale di Bioetica? Molto, anche se il voto del Comitato è arrivato a maggioranza con 13 membri favorevoli a un'apertura sul suicidio assistito e 11 contrari. Non era per nulla scontato che il voto andasse così, mi pare un significativo riconoscimento della dignità della sofferenza delle persone. Il 24 settembre scade il tempo che la Consulta ha dato al parlamento per legiferare sul fine vita. Cosa ti aspetti che accada? Per la nostra battaglia, il fatto che il parlamento non si sia ancora pronunciato è una vergogna. Ma, da pugile, non la vivo come una sconfitta, perché quando un avversario sul ring si rifiuta di combattere non c'è nulla che tu possa fare per obbligarlo. Da quando la Consulta si è espressa e ha detto che serve una legge, i nostri politici hanno pensato solo a guadagnare tempo. La delusione è tanta. La politica su questi temi è immobile e anche da un punto di vista mediatico il livello non è granché alto. Hai la sensazione che la "gente comune" sia più avanti delle élite? Dopo la morte di Fabiano, ho realizzato varie volte che le persone sono più pronte rispetto alla politica. La gente ha fatto grandi passi in avanti in questi anni e ora vuole decidere della propria vita, e ha bisogno di una legge che parli di libertà e autodeterminazione. Ancora oggi, ad accompagnare la notizia delle indicazioni del Comitato di Bioetica, ho visto pubblicate online le tue foto con Fabiano. Che effetto ti fa? La gente vede quegli scatti su un sito o sulle pagine di un giornale. Per me, invece, quelli sono momenti di vita, sempre impressi nella mente. Quando le trovo pubblicate in giro, la memoria viaggia e inevitabilmente soffro un po'. Ma oggi, a distanza di qualche tempo, riesco a sorridere, ripensando ai bei momenti che ho vissuto con Fabiano. E poi, anche alla luce di giornate come quella di oggi, ho la consapevolezza che aver reso pubblica la nostra storia stia avendo degli effetti. È stato Fabiano a decidere di farlo: voleva che diventasse una battaglia di libertà per chi si fosse trovato nelle sue condizioni dopo di lui. Chiudi gli occhi e pensa al periodo della malattia di Fabiano. Cosa ti viene in mente? Tanta fatica. Non mia, io traevo forza da lui. Ma la sua fatica di vivere e la sua sofferenza erano insopportabili. Andiamo avanti: Fabiano è stato portato in Svizzera, ed è avvenuto il decesso. Cosa hai provato? Difficile trovare le parole per descrivere quel momento. C'è chiaramente una componente personale, che non ho reso pubblica, e che continuo a vivere solo con me stessa. Ma posso dire che Fabiano mi ha lasciato un mandato, mi ha detto "non disperarti quando ci sarò più, perché ti lascio un sacco di cose da fare: dovrai vivere anche per me". Porto avanti quello in cui lui credeva, la sua gioia di vivere. Cosa ti rimane di questa esperienza oggi? La certezza che la vita è bella.