Vaticano, il tribunale garantisce le difese e salva il processo

·5 minuto per la lettura
Image from askanews web site
Image from askanews web site

Città del Vaticano, 6 ott. (askanews) - Al processo sulla compravendita-truffa di un palazzo al centro di Londra con fondi della Segreteria di Stato, il tribunale vaticano presieduto da Giuseppe Pignatone ha accolto le richieste delle difese - accedere ad atti non ancora messi a disposizione dalla pubblica accusa, ricominciare le indagini su una serie di capi di imputazione - ma respinge la richiesta di annullare il procedimento, aggiornandolo al 17 novembre.

Il palazzo di Sloane avenue, nell'esclusivo quartiere londinese di Chelsea, fu acquistato all'epoca in cui Sostituto agli affari generali era il cardinale Angelo Becciu, tramite una intricata rete di società e l'intermediazione di broker, finanzieri, dipendenti vaticani. Il danno alle casse vaticane è stimato tra i 77 e i 175 milioni di euro. La corte deve ora stabilire chi ha truffato, chi è stato truffato, chi ha incassato eventuali dividendi.

Il cardinale Becciu, sospeso dal papa a settembre scorso, è il più in vista dei dieci imputati. L'ordinanza di citazione a giudizio, pubblicata a inizio luglio, indicava che nei suoi confronti si procede per i reati di peculato ed abuso d'ufficio anche in concorso, nonché di subornazione, ossia aver tentato di influenzare con denaro un testimone.

Ma nella prima udienza, il 27 luglio, e ancor più nella seconda, il 5 ottobre, le difese hanno protestato "vibratamente", come riporta l'ordinanza letta oggi da Pignatone. Due, in sostanza, le ragioni di "doglianza" delle difese alle quali ha risposto il tribunale.

La prima riguarda la stessa correttezza processuale (la "valida instaurazione del rapporto processuale"), per il fatto che, hanno protestato gli avvocati, "gli imputati sono stati rinviati a giudizio senza essere messi in grado di conoscere le contestazioni loro ascritte".

Pignatone ha ricordato che il promotore di giustizia, ossia l'ufficio della pubblica accusa, "ha chiesto il rigetto dell'eccezione" nella prima udienza del 27 luglio, mentre nella seconda udienza, ieri, "ha chiesto la restituzione integrale degli atti al suo Ufficio, in modo che potessero essere compiute tutte le attività idonee, anche oltre le espresse previsioni normative, a garantire nel modo più ampio ed opportuno i diritti di difesa". Una prospettiva applicata "indistintamente per tutti gli imputati" che il tribunale non ha accolto, selezionando i capi di imputazione da rivalutare e gli interrogatori da svolgere ex novo.

Una sorta di stralcio del processo, dunque, per i capi di imputazione che, per usare le parole degli avvocati della difesa, "non erano maturi per il processo".

Pignatone ha stabilito che vanno restituiti all'accusa gli atti riguardanti mons. Mauro Carlino per tutti i reati ascrittigli; Enrico Crasso per un'ipotesi di peculato, una di corruzione, cinque di truffa, una di falso e una di riciclaggio; Tommaso Di Ruzza per il reato di peculato; Raffaele Mincione, Nicola Squillace e Fabrizio Tirabassi per tutti i reati loro ascritti; il card. Angelo Becciu per i reati di subornazione di testimone e peculato. Circoscritti anche i reati per cui vanno restituiti gli atti riguardanti le quattro società imputate, la Logsic di Cecilia Marogna e la Prestige Family Office, la Sogenel Capital Investment e la Hp Finance riconducibili a Enrico Crasso.

Per il resto, il tribunale vaticano ha stabilito che "si deve ordinare procedersi oltre". Il corpo del processo va dunque avanti, e a tal fine Pignatone ha ordinato alla pubblica accusa di depositare gli atti mancanti affinché le difese possano accedervi.

Al centro dell'attenzione ci sono le "audio e videoregistrazioni degli interrogatori" in particolare di mons. Alberto Perlasca, responsabile della sezione finanziaria della Segreteria di Stato vaticana all'epoca in cui fu decisa la compravendita-truffa del palazzo londinese. Nel corso delle indagini, infatti, Perlasca, ora rientrato nella sua diocesi, è stato interrogato in diversi interrogatori dapprima, in quanto uomo di fiducia del Sostituto agli Affari generali Angelo Becciu, come persona informata dei fatti. Al momento di rinviare a giudizio dieci imputati tra i quali Becciu, a inizio luglio, Perlasca non figurava nel novero. Dalle carte dell'accusa, poi, emergeva che la collaborazione di Perlasca ha permesso di ricostruire molte delle accuse. Ma le difese, quella di Becciu come quella di altri imputati, hanno messo in discussione il ruolo di Perlasca.

La decisione del tribunale vaticano, per quanto riguarda il monsignore, riguarda due aspetti. Innanzitutto, "il Tribunale ritiene che debba essere reiterata la disposizione di provvedere al deposito delle audio e videoregistrazioni degli interrogatori degli imputati e delle dichiarazioni di mons. Alberto Perlasca".

Inoltre, "appare necessario", si legge nella ordinanza del tribunale vaticano, "che il Promotore di giustizia comunichi se mons. Alberto Perlasca sia imputato in questo o in altri procedimenti e per quali reati, onde poterne apprezzare la veste processuale in vista delle future attività istruttorie".

Il tribunale ha stabilito che entro il 3 novembre si proceda al deposito degli atti ancora mancanti, ed ha stabiito che il processo riprenderà il prossimo 17 novembre.

Le difese si sono dette soddisfatte. "Tutto ciò che abbiamo eccepito è stato accolto", ha commentato l'avvocato di Becciu, Fabio Viglione. "Il promotore aveva già fatto un passo indietro ieri" e il tribunale "oggi non poteva fare di più: queste erano le questioni per ora poste sul tappeto". I capi di imputazione stralciati non sono decaduti, e il il cardinale potrà essere chiamato a rispondere di nuovo dei reati che gli sono contestati, ma "gli interrogatori seguiranno un altro percorso".

Anche secondo l'avvocato Giandomenico Caiazza, difensore del finanziere Mincione, quella odierna "è un'ordinanza molto importante che accoglie praticamente tutte le censure che abbiamo sollevato". Per Mincione, in particolare, "non c'erano le condizioni per rinviarci a giudizio. Noi siamo destinatari di un provvedimento di sequestro imponente 48 milioni di euro. Credo che sia l'inizio di una lettura diversa di questa vicenda".

L'avvocato ha ricordato, peraltro, che quando Mincione venne informalmente convocato durante le indagini non si presentò perché poco prima era stato convocato il broker Gianluigi Torzi che durante l'interrogatorio venne arrestato dai gendarmi vaticani. "Non siamo andati per fortuna perché saremmo stati arrestati", ha detto Caiazza. "Non ci siamo presentati perché dieci giorni prima Torzi era stato invitato e arrestato. Non abbiamo rifiutato l'interrgotario abbiamo evitato di farci earrestare!".

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli