Vaticano, lo Ior da porto delle nebbie a campione di trasparenza

Red
·5 minuto per la lettura
Image from askanews web site
Image from askanews web site

Città del Vaticano, 21 gen. (askanews) - C'erano una volta monsignor Marcinkus, il crac del Banco ambrosiano, la maxi-tangente Enimont, le indagini sul riciclaggio della mafia, le ipotesi di finanziamenti al terrorismo internazionale, la procura di Roma che bloccava i conti, Banca d'Italia che bastonava... C'era una volta lo Ior, insomma, l'Istituto nato per finanziare, come dice l'acronimo, le Opere di Religione, e divenuto, in epoca moderna, il sinonimo di opacità e malaffare, la lavatrice del denaro sporco di ogni faccendiere italiano che avesse un amicizia eminente oltretevere, un porto delle nebbie.

Realtà e leggenda si mescolano, di pontificato in pontificato, da Leone XIII che lascia uno spaventoso buco di bilancio a Pio X a Pio XI che, incassata la Conciliazione da Mussolini, si trova a gestire una montagna di denaro risarcitorio che suscita gli appetiti più spregiudicati, dal romanzo noir che resta appiccicato per anni a Giovanni Paolo I, il papa morto 33 giorni dopo il Conclave, avvelenato - è la fantasia dura a morire - perché voleva riformare l'istituto, a Giovanni Paolo II che avrebbe chiuso un occhio perché ci vedeva uno strumento utile a sostenere i sommovimenti oltrecortina... fino a Francesco, il Papa venuto quasi dalla fine del mondo che ha fatto tremare più di un monsignore quando, dicendo a messa che "San Pietro non aveva una banca", subito interpretato come l'annuncio che di lì a poco lo Ior avrebbe chiuso i battenti.

Così non è stato ma Jorge Mario Bergoglio ha effettivamente proceduto ad una radicale trasformazione. Proseguendo, va detto, l'opera avviata dal suo predecessore, quel Benedetto XVI parso piuttosto disinteressato alle questioni di governo, tanto da delegarne molto all'esuberante cardinale Tarcisio Bertone, ma che non solo firmò la prima convenzione monetaria con l'Unione europea, all'origine della nuova normativa antiriciclaggio che lo Staterello pontificio ha dovuto adottare, ma capace anche, sullo scorcio finale del pontificato, di una nomina decisiva: uscito, tra le polemiche, Ettore Gotti Tedeschi, Joseph Ratzinger nominò alla presidenza dello Ior il 15 febbraio 2013 - ossia quattro giorni dopo avere stupito il mondo annunciando la rinuncia al pontificato - uno sconosiuto nobile tedesco, l'armatore Ernst von Freyberg. Sarà stato il suo temperamento, sarà che le cose stavano precipitando - le dimissioni di un Pontefice, in effetti, lo fanno intuire - sarà che l'interregno lascia sempre una certa libertà, Von Freyberg, che rimase nella posizione poco più di un anno, lasciò il segno. Volle, tra l'altro, iniziare a fare luce nella palude dei conti correnti, chiamò una società di consulenza, il Promontory group, che scoprì molte cose. Come, ad esempio, che l'ex presidente dello Ior, Angelo Caloia, insieme all'avvocato dell'istituto Gabriele Liuzzo, svendeva immobili vaticani intascando la cresta. Ne nacque un'indagine, poi un processo, conclusosi oggi, nel tribunale vaticano, con la condanna di Caloia e Liuzzo per peculato, appropriazione indebita aggravata e autoriciclaggio. I condannati hanno fatto appello, si vedrà. Intanto l'ammanco nelle casse dello Ior, secondo la prima sentenza, è di oltre 24 milioni, non bruscolini.

Per arrivare alla sorprendete sentenza odierna, però, c'è un altro passaggio, dopo quello avviato da Ratzinger, ed è una scelta, operata da Bergoglio, che ha un nome e un cognome: Gianfranco Mammì. Il nuovo Papa lo aveva conosciuto e apprezzato quando era arcivescovo di Buenos Aires. Calabrese discreto, entra allo Ior nel 1992. Ma, raccontano i bene informati, negli anni viene isolato per aver sollevato domande sulla gestione dell'istituto, un atteggiamento che lo mette in contrasto con la dirigenza dell'epoca. Arriva il Papa latino-americano e nel 2015 lo nomina vicedirettore. Senza clamore, è la rivoluzione.

Se si seguono le vicende, non di rado turbolente, dell'attualità vaticana, sullo sfondo si può spesso notare la figura dello Ior di Mammì (il presidente, Jean-Baptiste de Franssu è una figura più di rappresentanza che operativa). Sono almeno tre, negli ultimi mesi, gli esempi. Il primo è, appunto, il processo a carico di Caloia: l'indagine avviata sotto Benedetto XVI non sarebbe divenuta un processo se non ci fosse stato lo Ior a portare fino in fondo le contestazioni (rifiutando, sembra, la proposta di un patteggiamento) e arrivando a costituirsi parte civile. Nelle ultime settimane, di nuovo, è tornata alla ribalta l'intricata vicenda della compravendita, decisa all'epoca di Benedetto XVI e Bertone, di un palazzo a Budapest da parte del fondo di investimento maltese Futura Optimum tramite l'intermediazione di una società lussemburghese. Ancora una volta, è stato lo Ior, sospettando un inganno, ad adire la giustizia civile. Più clamorosa ancora, la nota vicenda di un immobile oggetto di un acquisto-truffa al centro di Londra, a Sloane avenue, aviato con soldi della Segreteria di Stato all'epoca in cui Sostituo agli affari generali era monsignor Angelo Becciu, recentemente licenziato dal Papa. Francesco ha altresì sottratto l'autonomia di cassa alla Segreteria di Stato. Tutto lascia supporre che le indagini sfoceranno presto in un nuovo processo che, ancora una volta, nasce da una iniziativa dello Ior: fu infatti l'istituto, su spinta di Mammì, a denunciare una sospetta richiesta di finanziamento da parte della Segreteria di Stato, per chiudere l'affare e rimediare i danni che stavano emergendo, e interessare la magistratura vaticana e il revisore dei conti.

Un tempo porto delle nebbie, lo Ior è divenuto, oggi, l'organismo che prende l'iniziativa di denunciare movimenti finanziari sospetti, sostenuti non di rado da monsignori troppo ingenui o troppo furbi e da interessatissimi faccendieri esterni. La corruzione in Vaticano è di là dall'essere superata. Ma il sistema ha sviluppato gli anticorpi. E, come ha avuto a dire il Papa, "è la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro, non da fuori".

(di Iacopo Scaramuzzi).