Venezia 78 al via, e punta al sorpasso di Cannes

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Mostra del cinema di Venezia (Photo: Mostra del cinema di Venezia)
Mostra del cinema di Venezia (Photo: Mostra del cinema di Venezia)

Ho prenotato online il mio primo film di Venezia 78. Senza intoppi, e senza sudare freddo come è accaduto ai più nei primissimi giorni dell’ultimo Festival di Cannes. Alcune proiezioni per il pubblico - il Pedro Almodovar di apertura in primis- sono già sold out da parecchi giorni. Sarebbe una ragione risibile per vantare il sorpasso di Venezia su Cannes: i numeri della Mostra sono storicamente più modesti, e Venezia aveva avuto l’opportunità di sperimentare già nel 2020 un oliatissimo protocollo in presenza.

Ma c’è un primato più serio che la Mostra- al ‘via’ il 31 agosto- ha già soffiato a Cannes, ed è quello dell’impegno civile, sociale e politico. All’attenzione speciale da sempre riservata dalla selezione cannese a queste tematiche è subentrato quest’anno un sorprendente riflusso verso l’intimismo e le relazioni private. Gli stop imposti dalla pandemia alle lavorazioni avranno sicuramente pesato. Eppure, appena due mesi dopo, Venezia presenta una vetrina multipla in cui lavoro, politica e sociale fanno la parte del leone.

Il bisogno di interrogarsi su temi collettivi- in un mondo ferito dai lutti e dalla segregazione della pandemia- non ha frontiere, accomuna la Francia di Stéphane Brizé (“ Un autre monde”) e l’America di Paul Shrader (“The Card Counter”), le Filippine di “On The Job”, la Russia di Natasha Merkulova e Aleksey Chupov (“Captain Volkonov Escaped”), la Polonia di Yan P.Matuszynski (“Leave No Traces”), per citare solo qualche titolo in corsa per il Leone d’oro. E dilaga nelle altre sezioni.

Mi corre l’obbligo di precisare che i cinque titoli italiani del concorso non rientrano in questa categoria. Però riservano molte sorprese, e almeno uno avrebbe le carte in regola per coronare l’estate d’oro del nostro calcio e delle nostre Olimpiadi.

E poi le donne, il loro coraggio, di fronte a stupro, sfruttamento, violenza, oppressione: secondo filo rosso di Venezia 78, con il prosieguo dei femminicidi, le morti sul lavoro e la tragedia afghana a rendere queste tematiche ancora più lancinanti. Fuori concorso ne parlano Yves Attal ne “Les choses humaines”, Stefano Mordini ne “La scuola cattolica”, Ridley Scott in “The Last Duel”, in concorso Audrey Diwan con “L’évenement”, a Orizzonti Extra Wilma Labate con “La ragazza ha volato”, ma l’elenco è lunghissimo, vi lasciamo il piacere di scoprirlo con noi giorno per giorno.

Tante storie di donne, ma meno donne autrici: ecco il punto dolente. Erano otto lo scorso anno, quest’anno cinque, in concorso, anche se da spettatrice comune palpito per il ritorno di Jane Campion (con “The Power of The Dog”) e per l’esordio alla regia di Maggie Gillenhaal (con “The Lost Daughter”, da Elena Ferrante). Il cinema al femminile è il primo a subire i contraccolpi di qualsiasi crisi, locale o globale. Salvo eccezioni- come le due citate- deve accontentarsi nel migliore dei casi di budget irrisori e di piccoli film, magari bellissimi ma inesorabilmente piccoli.

Anche senza le mazzate produttive da virus, non c’è speranza di sfondare il famoso soffitto di cristallo, finché il criterio per foraggiare gli autori resterà basato unicamente sugli incassi pregressi. E’ il mercato a decidere per noi cosa potremo vedere. In Italia è norma di legge (chiunque governi), ma nel resto del mondo funziona più o meno allo stesso modo.

La quota rosa in cartellone da un po’ di tempo è diventata per tutti i Festival un fastidioso tassello di politically correct da sistemare per mettere a posto coscienza e facciata. Perché da questa Venezia pensante non dovrebbe partire un segnale di svolta? La battaglia di genere è una battaglia comune. Scardinare le regole di finanziamento che penalizzano le registe donne – ma non solo loro- significa anche salvare dal baratro il moribondo cinema italiano, che nessuno va più a vedere.

Le bandierine di sesso sono puro make up. La Palma d’oro a “Titane” di Cannes dovrebbe essere una spallata? Grazie, anche no.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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