Venezia compie 1600 anni, un mito inafferrabile nato dalla fuga

Red
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Image from askanews web site
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Milano, 25 mar. (askanews) - Ogni fondazione è a suo modo leggendaria, ma quella di Venezia, forse lo è anche di più. Nel giorno in cui la città lagunare festeggia i 1600 anni da quel - supposto - 25 marzo del 421 d.C., è giusto ricordare che quella insuperata (e talvolta grottescamente imitata) icona della bellezza e del turismo globale, quel parco a tema per viaggiatori facoltosi che nasconde un cuore segreto e quasi mai raggiungibile senza una assidua frequentazione delle calli e delle fondamenta, quel mito a metà strada tra oriente e occidente che il Leone di San Marco continua a evocare, è nato, questa è più storia che leggenda, in seguito alla fuga delle popolazioni venete verso i luoghi più malsani e inospitali, dove, speravano, perfino la furia dei barbari conquistatori non avrebbe avuto l'ardimento di spingersi. E quei luoghi terribili, ma meno terribili di Attila o di chi per lui (e non c'erano solo gli Unni, ma in anni successivi anche i quasi nostrani, e oggi considerati padri, Longobardi), erano le isole della Laguna, quel mosaico di possibilità diverse - tuttora molto diverse, nonostante tutto - che chiamiamo Venezia.

La fuga, insomma, all'origine del mito, alla base di una storia, che oggi raggiunge i 16 secoli e che ha visto passare il corpo dell'evangelista Marco (poi memorabilmente immortalato dal Tintoretto, negli anni dello splendore veneziano, in una serie di dipinti che sono i capolavori su cui si sostengono le Gallerie dell'Accademia, con una relazione simbolica con l'anima della città che ancora non abbiamo probabilmente compreso a fondo) e la grande Repubblica Veneta dei Dogi, dei commerci, della potenza militare. E ci sono date, queste sì certe, come il 7 ottobre 1571, quando nella battaglia di Lepanto le forze cristiane, con la metà delle navi provenienti da Venezia, sconfissero gli Ottomani, definendo la forma dell'Europa attuale. Poi il grande Settecento dei Lumi e le vedute di Canaletto e Guardi a raccontarcelo, così come un'idea di musica e di perfezione che quel secolo, peraltro molto complesso e anche tragico per Venezia, continua a portare con sé. Dopo 1070 anni di indipendenza, infatti, la Repubblica veneziana si arrese a Napoleone nel maggio del 1797. Alla fine dell'avventura bonapartista la città passa sotto l'impero Austro-ungarico e diviene una delle capitali del Lombardo-Veneto, fino al 1866 quando, dopo la terza guerra d'Indipendenza, viene annessa al Regno d'Italia.

Una lunga storia, che però continua a crescere, continua a generare racconti, suggestioni, malinconie, sogni e misteri. Del resto Venezia è la città in cui si aggirava lo Shylock di Shakespeare così come il Gustav von Aschenbach di Thomas Mann, la cui Morte a Venezia è diventata poi anche una visione cinematografica di Luchino Visconti. E poi la Scuola Grande di San Rocco con le inimmaginabili tele del Tintoretto, quella Crocifissione assoluta, o la chiesa dei Frati con l'Assunta di Tiziano che sfonda il cielo. E ancora le leggende moderne di Hemingway a Torcello e all'Harry's Bar, la Biennale, il Lido, così selvaggio nonostante tutto il glamour stagionale della Mostra del Cinema.

Ma tutto questo non basta, non definisce Venezia, non fino in fondo. Venezia è come la Smeraldina delle Città invisibili di Italo Calvino, la cui mappa "dovrebbe comprendere, segnati in inchiostri di diverso colore, tutti questi tracciati, solidi e liquidi, palesi e nascosti. Più difficile è fissare sulla carta le vie delle rondini, che tagliano l'aria sopra i tetti e calano lungo parabole invisibili". Mappe ideali, forse impossibili, che però, talvolta, si possono scorgere dalle altanelle dei palazzi o da finestre segrete che affacciano sul Canal Grande, ma dalle facciate laterali, timide e decisive come contraltare a tanta magnificenza. Neanche qui, però, neppure affacciandosi dal retro di Palazzo Grassi in un'alba di sole diagonale, c'è tutta Venezia, perché la città, poi è fatta della sua dimensione invisibile, della sua profondità lagunare, del suo odore, come diceva anche il poeta Iosif Brodskij: "Era una notte di vento, e prima che la mia retina avesse il tempo di registrare alcunché, fui investito in pieno da quella sensazione di suprema beatitudine". E' l'odore di alghe, quell'odore denso e tangibile di mare che può cogliere il viaggiatore appena sceso alla stazione di Santa Lucia, oppure, soprattutto la notte, quando ci si sporge nella nebbia dal bordo del Vaporetto numero 2, nel momento in cui, dopo il Tronchetto e prima delle luci del Molino Stucky alla Giudecca, sfiora il mare aperto. Quella idea di libertà che proprio fuggendo dai barbari, 1600 anni fa, i futuri veneziani avevano invocato con i loro stessi corpi e che oggi è diventata parte del luogo, della sua persistenza, della sua geografia morale. Che neanche i silenzi e i vuoti del lockdown sono riusciti a scardinare, sebbene, questo è certo, l'abbiamo fatta emergere più in superficie, dove forse nel futuro riuscirà a restare ancora, ben nascosta in piena vista come i Tetrarchi della Basilica di San Marco.

(di Leonardo Merlini)