Vergallo: "Le mie parole sul dramma nelle terapie intensive un allarme più che una previsione"

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A sinistra il professor Alessandro Vergallo (Photo: Ansa e Getty)
A sinistra il professor Alessandro Vergallo (Photo: Ansa e Getty)

“Le mie parole erano più un segnale di allarme che una previsione. Ed erano riferite allo scenario peggiore che può verificarsi nelle terapie intensive da qui ad un mese e mezzo, in assenza di contromisure o correttivi al comportamento dei cittadini”. Alessandro Vergallo, presidente nazionale dell’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi-Emac), torna con Huffpost sull’allarme lanciato ieri a proposito dell’occupazione delle terapie intensive per casi covid nel nostro Paese. “In generale, se non verrà applicata in modo stringente la norma sul green pass e non si incentiveranno le terze dosi, potremmo raggiungere una situazione drammatica nel giro di un mese e mezzo circa in tutto il Paese” aveva detto il professore. Ora Vergallo spiega che il suo era un appello affinché “ci si renda conto che se non viene effettuata la dose booster per chi ha già completato il ciclo vaccinale standard da oltre 9 mesi e se non viene implementata la vaccinazione nelle fasce renitenti, si rischia effettivamente entro quel termine tale situazione”.

Professore, lei ieri ha parlato di una possibile situazione drammatica nelle terapie intensive entro un mese e mezzo. Ad oggi il tasso di occupazione però è del 5,3%, qual è il rischio reale?

Le mie parole volevano più che altro delineare i fattori di rischio che devono portare, secondo noi, la politica, a prendere decisioni che tutelino la salute pubblica. Poi comunque dobbiamo contare che la soglia di allerta di occupazione delle terapie decisa dal governo è del 10%. E noi siamo abbastanza vicini, considerando che i posti disponibili nelle terapie sono 6mila e i ricoverati per covid sono più di 500, con una distribuzione a macchia di leopardo nel Paese. Bisogna anche calcolare che in una settimana i ricoveri sono aumentati dell′1% in termini assoluti, ma se si valuta invece il trend settimanale parliamo di un aumento che sfiora il 20%. Se si considera che fra il contagio e l’esplosione della malattia covid che porta al ricovero in rianimazione decorrono circa due-tre settimane, è possibile anche fare una previsione abbastanza chiara.

Lo scorso anno, di questi tempi, voi anestesisti facevate un appello simile. Ora però abbiamo i vaccini, non è cambiato nulla?

La situazione nelle terapie intensive non è paragonabile a quella dell’anno scorso. C’è l’elemento della progressiva diffusione vaccinale che cambia in positivo le nostre prospettive, ci rende sicuramente meno preoccupati. L’aumento è più controllato, ma mentre nei primi mesi dell’anno abbiamo assistito ad una corsa alle somministrazioni di dosi, da un po’ di tempo si registra un forte rallentamento per i motivi che sappiamo. C’è una parte di popolazione che continua ad essere renitente per motivazioni ideologiche. E poi c’è il fatto che l’effetto del vaccino, nella popolazione vaccinata, con il passare del tempo, gradualmente diminuisce. Quindi la popolazione diventa più suscettibile agli effetti del virus. Ma sottolineo: l’effetto diminuisce in modo lento e graduale.

È proprio perché l’effetto diminuisce in modo graduale che secondo lei il green pass dovrebbe avere validità solo fino a sei mesi, corretto?

Sì, ma lo diciamo da sempre. Quando nei soggetti vaccinati la validità del certificato è stata portata a 12 mesi ci è subito sembrata una scelta politica, di compromesso, più che una decisione basata sulla reale durata dell’efficacia del vaccino. I primi dati sui vaccini infatti sembravano deporre a favore di un calo a partire da dopo i sei mesi, e che diventa più importante dopo i nove. A livello scientifico fino ai sei mesi possiamo garantire l’efficacia del vaccino. Ecco, dodici mesi mi sembrano eccessivi. Bisogna trovare un compromesso, soprattutto ora.

A proposito di green pass, che cosa pensa invece della decisione dell’Austria di introdurre, da febbraio, l’obbligo vaccinale?

In questi giorni abbiamo assistito alle ipotesi più varie per cercare di limitare i contagi. Dal 2G dell’Austria e poi anche della Germania, misura che richiedevano i nostri anestesisti tedeschi e che secondo me è stata presa grazie al loro pressing, al lockdown per i non vaccinati. L’introduzione dell’obbligo vaccinale, in linea teorica, dal punto di vista scientifico, sarebbe l’ideale, ma ci rendiamo conto che non basta prevedere un obbligo affinché poi venga rispettato. Ci sarebbero sicuramente conseguenze positive in ambito sanitario, ma basterebbero anche altri metodi, se rispettati.

Insomma, secondo lei basterebbe il green pass?

Sì, secondo me si. L’Austria ha indetto il lockdown per tutti a partire da lunedì. Ma per controllare i contagi, ad esempio, in Italia, sarebbe bastato, forse, fare in modo che l’obbligo del green pass venisse più rispettato in tutti questi mesi. Questo avrebbe evitato di pensare a misure più drastiche come il lockdown. In tutti questi mesi abbiamo assistito ad una sopravvalutazione delle esigenze individuali rispetto alle esigenze collettive. Ci avrebbe fatto piacere e sicuramente ci avrebbe aiutato l’adozione non solo di misure drastiche, ma anche di sanzioni per chi non le rispettava.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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