Versa per un anno ansiolitici nel cappuccino della collega per prenderle il posto: condannata

Adalgisa Marrocco
·Contributor HuffPost Italia
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Photo Taken In Bournemouth, United Kingdom (Photo: Harriet Bailey / EyeEm via Getty Images)
Photo Taken In Bournemouth, United Kingdom (Photo: Harriet Bailey / EyeEm via Getty Images)

L’impiegata dell’agenzia di assicurazioni ha paura di perdere il lavoro e per un anno versa ansiolitici nel cappuccino della collega con l’intento di prenderle il posto. È il caso di una donna di Bra (Cuneo), ora condannata: a raccontarlo il quotidiano La Stampa.

In ufficio inizia a circolare l’ipotesi di “tagli” al personale. Così un’impiegata, temendo di perdere il lavoro, versa ogni giorno ansiolitico nel cappuccino della collega che le potrebbe “rubare” il posto. Il suo piano però fallisce: viene scoperta, processata e condannata in primo grado.

I legali dell’impiegata, intanto, hanno annunciato la volontà di ricorrere in appello. La vicenda ha avuto inizio nell’ottobre del 2017. La donna, incaricata di andare a ritirare le ordinazioni al bar per tutto l’ufficio durante la mattinata, sfruttava la pausa caffè per riuscire nel suo intento.

Aveva così iniziato a versare benzodiazepine nella tazzina della collega, in modo da provocarle sonnolenza, riflessi rallentati e altri malesseri. I fatti si sono protratti, a fasi alterne, fino al giugno 2018. La vittima aveva iniziato a passare periodi a casa e a sottoporsi a visite, notando che i suoi malesseri diminuivano quando era lontana dall’ufficio. Da lì i sospetti e i controlli dei carabinieri che indagando hanno scoperto come, prima di portare il vassoio in ufficio, l’impiegata aggiungesse qualcosa in una delle tazzine.

Il gesto è stato filmato dagli investigatori, anche se la prova principale è stata un campione di cappuccino che la vittima aveva fatto analizzare sospettando che a causarle i fastidiosi sintomi potesse essere proprio la bevanda.

Come riportato dal Corriere, la donna si difende e respinge ogni accusa:

Lei, difesa dagli avvocati Alberto Pantosti Bruni e Pietro Merlino, ha sempre negato — “non ho mai fatto una cosa del genere” — ed è rimasta scioccata per la sentenza, al pari dei suoi legali, basiti, che faranno ricordo in Appello. Incensurata, la donna non è mai stata sottoposta ad alcune misura cautelare restrittiva.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.