Vessicchio: "Sanremo sì in qualunque modo, è il diritto di nascita dei giovani"

Francesco Palmieri
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AGI - A teatro vuoto? “Ma sì, anche a teatro vuoto”. Come un semplice show televisivo? “Ma ne vale comunque la pena. I motivi sono tanti: i conti della Rai? E' forse quello meno importante”. Gli altri? Quali sono gli altri motivi per celebrare la 71° edizione del Festival di Sanremo malgrado le restrizioni sanitarie? “Il primo è per i giovani talenti. Il secondo per il Paese: privato persino delle strette di mano, concedere agli italiani un leggero ristoro dal piccolo schermo sarà sempre meglio del silenzio.”

Icona riconosciuta, quasi una cifra del Festival, il maestro Beppe Vessicchio, partenopeo di Bagnoli, quattro vittorie all'Ariston da direttore d'orchestra, ha appena raddolcito l'amarezza dei tempi correnti con un incontro che gli mancava da tanto: quello con un'orchestra. E lo racconta all'AGI. Sabato 30 gennaio, anniversario della morte di Ferdinando Russo, poeta napoletano molto amato da Vessicchio, il maestro ha diretto le prove dell'esordiente Elena Faggi, vincitrice di Area Sanremo, che parteciperà al Festival.

“Se sapesse la gioia di quei sorrisi intuiti sotto le mascherine dei musicisti, dei tecnici, degli addetti Rai… Ciascun componente dell'orchestra attaccato al suo strumento come se fosse un ulteriore dispositivo di sicurezza, una zattera per guadare l'oppressione del momento”.

Certo è che le limitazioni sanitarie causate dalla pandemia hanno penalizzato da quasi un anno alcune categorie più di altre.

“E alcuni più di altri all'interno di una stessa categoria. Un conto è stare in un'orchestra stabile, a posto fisso, altro è fare il musicista free lance e rimanere totalmente fermo. Ma c'è di più: la partecipazione al Festival non è soltanto un'occasione di sostegno economico, ma di una gioia restituita. Lo sa cosa vuol dire l'impossibilità di fare musica d'insieme?”

Però sarà un po' surreale vedere Amadeus, l'orchestra e gli artisti sfilare sul palco dal 2 al 6 marzo nel Teatro Ariston deserto di pubblico. Senza parlare di tutto il contorno, dei programmi collegati, degli extra che sempre accompagnano il Festival e che non ci saranno. Qualcuno aveva proposto i figuranti in sala…

“Il maestro Muti lo ha definito abominio. Abominio che peraltro esiste già da parecchio tempo, anche se molti telespettatori non lo sanno: durante le pause pubblicitarie, quando le personalità invitate a sedere nelle prime file escono per sfumacchiare o per chiacchierare al telefono, molto spesso non rientrano in tempo alla ripresa della trasmissione. Così ci sono questi signori incaricati di occupare il loro posto e poi, quando la regia non inquadra, di cederglielo al ritorno”.

Lei diceva che è bene Sanremo si faccia per i giovani.

“Mi spiego: il Festival è come un organismo biologico, ha una vita tutta sua malgrado ogni anno parli per bocca di interpreti che, chi meglio chi peggio, lo organizzano e lo conducono. Sa perché gli artisti vanno a Sanremo? Per rinascere, cioè per confermare la propria identità, nel caso dei big. O per nascere, ed è il caso di chi esordisce. Vogliamo fermare questo processo biologico della musica italiana? Direi proprio di no. Malgrado l'amarezza del pubblico assente”.

Intanto qui ci ricordiamo pieni solo i balconi, è trascorso quasi un anno: pieni di gente che cantava.

“Si cercava in quel canto un momento di unione con gli altri. Ma adesso chi canterebbe più… la situazione sembra persino peggiorata dal punto di vista economico e sociale. Questo ci deve far capire che anche quegli appigli solitamente usati per sorreggere noi stessi, come quello alla speranza, sono ormai molto vacillanti”.

Puntare sui giovani non è gravarli di troppe aspettative?

“Ma no. I giovani pagheranno a rate le conseguenze della pandemia, che ha presentato quest'anno il saldo doloroso, con pagamento immediato, ai più grandi d'età. Non possiamo cancellare anche l'occasione di Sanremo. Metto in conto le polemiche, le opinioni conflittuali, le frittate fatte…Ma ripeto, vale la pena. Se poi vogliamo fare un ragionamento più artistico, ricordiamoci sempre di Pippo Baudo”.

In che senso?

“Prendiamo l'anno 1992. Quello in cui scoppia ‘Mani pulite', una congiuntura difficile per l'Italia, comparabile per certi versi a quella attuale”.

Vincitore Luca Barbarossa con ‘Portami a ballare'.

“Sì, ma l'atmosfera del Paese di quell'anno non coincise tanto con le canzoni, ma con il contorno: l'irruzione di 'Cavallo pazzo' secondo cui il Festival era truccato e avrebbe vinto Fausto Leali, la confessione di Pupo di avere ‘comprato' il quarto posto otto anni prima, l'avviso di garanzia al patron Aragozzini prima della gara. Però dal punto di vista musicale la cosa più interessante fu che in quell'occasione Baudo, che era anche direttore artistico, presentò la bellezza di 18 esordienti… e poiché molti non erano esattamente tali, ma neppure big, li mise nella scatola delle ‘novità'. Ebbene, tra loro c'erano nomi come Alessandro Bono in coppia con Mingardi, poi Tosca, Aleandro Baldi e Francesca Alotta, Gatto Panceri, Bracco Di Graci. Artisti, insomma, che sono rimasti. Questo significa che vale la pena offrire chances ai giovani. Certo, Baudo aveva una volontà che spesso è venuta a mancare ad altri: quella di presentare cose che potessero continuare a esistere, che facessero proseguire il Festival. E ciò ne spiega la longevità. Di Baudo, e del Festival”.

Forse perché Baudo è anche un musicista.

“Non solo, anche perché sentiva il dovere di motivare le sue scelte. Chi non sente tale bisogno dà per scontato che ne ha diritto. E' una posizione arrogante”.

Quello degli esordienti non è sempre stato un comparto valorizzato.

“Poche edizioni fa è stato redatto un regolamento oltraggioso nei confronti della canzone, ma non mi pare sia stato notato. Si stabiliva che le canzoni dei giovani dovessero durare meno dei brani dei big, se non ricordo male un minuto in meno. Vigeva il terrore che calasse l'audience causa volto sconosciuto alla grande platea della televisione. Se gli interessi sono tutti concentrati sul risultato televisivo, a perderci è proprio la canzone”.

Però canzoni nuove destinate a diventare ‘classici' se ne sentono di meno, sembrano prevalere, nelle ultime edizioni, più gli aspetti scenici.

“La forma canzone ha subìto una mutazione molto forte negli ultimi anni, con una produzione strabordante dovuta alle modalità di diffusione. Perciò c'è meno ricerca, sfuma lo sforzo di concepire una canzone che possa restare viva, fra un anno o dieci, in favore di un consumo immediato. Ecco, tornando all'esempio della biologia mi pare un controsenso. Non si vive solo per l'oggi. Però analogo discorso interessa molti linguaggi artistici. Si pensi alle fiction”.

Quale sarebbe la ricetta migliore?

“Una volta assistetti a una prova di Sergiu Celibidache. A un certo punto fermò l'orchestra e pregò i musicisti di seguirlo meglio perché lui aveva il compito di guidarli verso la materializzazione di un momento di bellezza. Lui chiese ai professori: 'Aiutatemi ad afferrarlo'”.

Scrisse Keats: ‘Bellezza è verità, verità bellezza'.

“Sì, anche se le forme della bellezza sono tante. Ma la verità è una”.

E la più bella canzone di sempre a Sanremo?

“'Nel blu, dipinto di blu' di Modugno: le sue braccia aperte sono il Festival che ormai è sbocciato. Se però dovessi citare un brano collegato a un'esperienza personale, e all'affetto per chi non c'è più tra i miei amici, direi ‘Dormi e sogna' degli Avion Travel assieme al ricordo del chitarrista Fausto Mesolella”.

L'esperienza più bella tra quelle che… ‘dirige l'orchestra il maestro Beppe Vessicchio'?

“Forse con Ron, quando finalmente accettò di cantare una canzone di Lucio Dalla: ‘Cara'. Chiese al suo direttore di lasciare a me l'onere dell'arrangiamento e della conduzione in nome dei comuni trascorsi con Lucio. Aspettammo  dalla mattina il nostro turno di prova, che slittava sempre a causa di spostamenti in scaletta legati agli ingombri di palco. Non essendo il brano in gara dovevamo fare tutto nel giorno stesso della diretta. Purtroppo lo scorrere delle prove presentò delle difficoltà, e noi che eravamo finiti in fondo alla lista arrivammo a mezz'ora dal collegamento quando ci dissero che oramai non c'era più tempo. Cosa potevamo fare? Inutile protestare. Decidemmo di rischiare. Quella sera salimmo sul palco con l'idea che se qualcosa fosse andato storto avrei fermato l'orchestra, lasciando proseguire solo Rosalino con il chitarrista. Staccai il tempo, l'orchestra entrò e tutto filò liscio fino alla fine. Credo che la reciprocità e l'intensità degli sguardi vissuti con i musicisti in quei pochi minuti siano stati unici. Non li dimenticherò mai. Dovevamo tutti compensare la totale mancanza di prova con una speciale attenzione, un'attenta ricerca di segnali sincronici. Non smetterò mai di ringraziarli dell'amore mostrato per l'arte che hanno scelto di abbracciare. E poi…”

Sì?

“E poi resto convinto che lassù, da qualche parte, lo spirito di Lucio ci abbia accompagnati”.