"Vi racconto la fabbrica del cinema"

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AGI - Quando le chiedo se preferisce essere chiamata con l'articolo “la” o “il”, Chiara Sbarigia sfodera un sorriso contagioso dichiarando di non voler entrare nel dibattito linguistico tanto di moda con l'arrivo a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni. “Chiamami come vuoi” dice, confessando di pensare ad “altro”. E di cose da pensare il presidente di Cinecittà, in carica dall'aprile del 2021, ne ha tantissime: molti i progetti in cantiere, tutti ambiziosi, e numerose le idee da realizzare.

“Quest'anno si prospetta impegnativo - sintetizza - e siamo al lavoro da diversi mesi con alcune iniziative già avviate e con altre in rampa di lancio”. Tra queste, oltre ad una serie di mostre e di convegni, anche la riapertura del MIAC, il Museo Italiano dell'Audiovisivo e del Cinema, che ha sede a Cinecittà e che Chiara promette di ammodernare con proposte nuove e originali, anche per valorizzare i  tesori dell'Archivio Luce, come i materiali inediti del Fondo dedicato a Folco Quilici.

E non solo: con il PNRR, Cinecittà si sta trasformando in un polo internazionale di formazione sui mestieri del cinema a tutto tondo, dalla scenografia ai costumi, alla pittura e decorazione, insomma delle innumerevoli professioni che ruotano attorno alla cosiddetta settima arte.

“Non formeremo solo maestranze di tipo pratico. Abbiamo ad esempio avviato un super format nuovo per dare la possibilità a chi ha studiato legge tutte le competenze sulle nuove norme e i meccanismi di finanziamento. Le aziende cinematografiche non hanno al loro interno queste figure, non hanno tempo per formarle e finora questo tipo di competenze si acquisivano solo dopo anni e anni sul campo. Il corso si chiama ‘tax and legal', dura da sei mesi, è completamente gratuito”.

E funziona?

“Certo! Le aziende già ci chiedono nomi di persone che formeremo nei prossimi mesi. L'importante è trovare persone entusiaste, con voglia di apprendere e di lavorare. E le seguiamo al meglio: perciò ne prendiamo solo 15 per ogni corso”.

Come ci si accede?

“Bisogna iscriversi attraverso un link pubblico,  sostenere una selezione molto rigida e avere prerogative precise. Ad esempio bisogna sapere l'inglese.
Ma occorre avere soprattutto una grande motivazione”.

Dove si tengono questi corsi?

“Per ora alla Casa del Cinema e non a Cinecittà in quanto gli studios sono strapieni. Abbiamo però tenuto un legame con la casa madre per i laboratori di pittura e decorazione. A Cinecittà, infatti, ci sono macchinari enormi per fare le scenografie, che lavorano il polistirolo o il legno e che difficilmente si possono trovare altrove. Per questo motivo puntiamo a stringere un accordo in base al quale i laboratori potranno disporre di questi strumenti, quando non servono per i set, ad esempio nei fine settimana”.

Quanti corsi partiranno quest'anno?

“Ne abbiamo in programma dieci: otto su costume e scenografia, due di tax and legal e un altro in collaborazione con la Rainbow Academy, che è la prima Accademia italiana di computer grafica per animazione e videogiochi. Un punto di riferimento molto interessante e che riteniamo meriti anche una maggiore attenzione. Poi, tra la fine di quest'anno e il 2024, partirà un corso innovativo con il MAXXI per il restauro dei supporti dove sono registrate le performance artistiche".

Vale a dire di tutto l'immenso archivio del cinema italiano?

“Quelli dell'Archivio Luce è vastissimo, abbiamo oltre tre milioni e mezzo di foto, per non parlare delle registrazioni video. Ma il supporto si degrada facilmente: basti pensare alle videocassette, che col tempo si rovinano. Bisogna spingere l'acceleratore sulla digitalizzazione, far sì che la tecnologia e l'innovazione diventino nostre alleate nella conservazione di un patrimonio inesauribile”.

Con il nuovo che avanza, la formazione insomma si adegua. Quali figure professionali stanno emergendo?

“Al momento non è facile imparare ad essere autori di intrattenimento televisivo. Per autori di cinema e fiction ci sono tante scuole, invece su questo poco o niente. Ed è lì che vogliamo intervenire”.

In che senso?

“Sono campi in cui finora non sapevi mai come entrare: la chiave era tramite parenti o conoscenze oppure iniziando a collaborare come volontario. Ed è questo l'iter che vorremmo cambiare: vorremmo che dai laboratori si uscisse con precise competenze, in modo tale che anche chi le cerca sappia dove trovarle. Mi auguro che i sindacati e le associazioni imprenditoriali trovino un accordo per definire un percorso di accesso specifico per i mestieri dell'audiovisivo”.

Ma il cinema italiano non è in crisi?

“Stiamo vivendo un periodo di grandi cambiamenti, soprattutto nelle modalità di fruizione dei prodotti audiovisivi, ma non c'è mai stata come oggi così tanta “fame” di storie filmate, e infatti la produzione di film, serie tv o cartoni animati vive un vero e proprio boom, grazie a un mercato globale praticamente senza confini e all'introduzione di strumenti efficaci come l'estensione del tax credit dal cinema all'audiovisivo. È di questi ultimi giorni, infatti, la notizia che fra i dieci film più visti sulle piattaforme a livello mondiale ce n'è uno interamente italiano come “Il mio nome è vendetta”, prodotto da Colorado.

Il tax credit per le imprese produttrici di videogame è un'agevolazione introdotta dal 2017 e prevede una serie di sconti fiscali per il settore del cinema e dell'audiovisivo. Consiste in un credito d'imposta che copre fino al 25% delle spese sostenute per la produzione di videogiochi fino a un massimo di 1 milione di euro annui.
A questa misura si deve il rilancio del settore?

“Non solo, quest'epoca d'oro è favorita anche dalle piattaforme di streaming che ormai vantano una grande produzione di originals, Netflix in testa, e che hanno affiancato l'offerta delle reti generaliste Rai-Mediaset. Cinecittà è piena di troupes che girano: i teatri sono tutti prenotati”.

Nemmeno la pandemia ha frenato questa grande ascesa?

“In un primo momento c'è stata una battuta d'arresto, ma subito dopo sono state adottate procedure straordinarie e delineata un'organizzazione del lavoro di tipo industriale per cui alla fine gli studios sono diventati un luogo di lavoro tra i più sicuri. Ad esempio, hanno consentito la differenziazione delle attività, i processi di sanificazione in ogni ambiente, la possibilità di entrare in un posto soltanto se muniti di un certo badge, che con l'uso esteso dei tamponi hanno rappresentato quelle accortezze che hanno fatto sì che durante il periodo del Covid la produzione non si sia mai fermata”.

Un risultato insperato e che si traduce in cifre incoraggianti…

“Sì, ora si producono molti più titoli di prima”.

Però le sale sono vuote…

“Lo sono state per un lungo periodo, ma ultimamente ci sono dei segnali incoraggianti che fanno ben sperare e questo è dipeso anche dal fatto che molti esercenti non sono stati con le mani in mano durante quella lunga pausa forzata ma hanno lavorato per rendere le sale più confortevoli o per organizzare proiezioni-evento.

Ma quando lei va al cinema, con quale criterio sceglie il film da vedere?

“Ascolto i pareri di amici fidati, mi confronto con mio marito e leggo qualche recensione, ma non amo i trailer perché spesso spoilerano i dettagli della trama. Soprattutto mi informo sul nome del regista, degli attori, degli sceneggiatori e anche della distribuzione che, molti non lo sanno, sono un ottimo parametro per capire la qualità di un film”.

Il suo film preferito, quello che vedrebbe cento volte?

“Sicuramente Quel che resta del giorno. Mi piacque tantissimo il libro, del giapponese naturalizzato inglese Kazuo Ishiguro, e questo è uno dei rari casi in cui sia il romanzo che il film sono meravigliosi. Raccontano l'essenza dell'Inghilterra”.

E il regista italiano che tiene d'occhio?

“Sono diversi, sicuramente Matteo Garrone. I suoi film mi lasciano sempre un po' inquieta, resta sempre dentro qualcosa. Per questo lo reputo un grandissimo talento”.

Il cinema offre sempre grandi scoperte…

“È per questo che mi piace, un bel film ti pone sempre di fronte a punti di vista diversi, non ti conferma nelle tue certezze. Ecco, credo che un buon film, alla fin fine, debba sempre sparigliare le carte dei propri pregiudizi”