"Vi spiego perché i numeri di Gratteri sui processi non stanno in piedi"

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Marta Cartabia (Photo: Ansa)
Marta Cartabia (Photo: Ansa)

(di Enrico Costa, deputato di Azione, ex viceministro della Giustizia nel Governo Renzi)

Da quando la Ministra Cartabia ha presentato i suoi emendamenti al ddl penale, si è scatenato il tiro al bersaglio. Bersagli la Guardasigilli, il suo testo e le sue proposte etichettate con complimenti vari da “favore alle mafie”, a “favorisce i colletti bianchi”, “fa perdere la serenità al giudice”, “amnistia mascherata”, “attacco alla democrazia”. Tiratori scelti una serie di magistrati (quasi tutti PM), le cui raffiche sanno un po’ di sfogo di istinti repressi, per una categoria da due anni costretta a chinare il capo e a subire attacchi. Osservatore silenzioso il CSM, che a parti inverse avrebbe aperto a bizzeffe fascicoli a tutela, ma nell’occasione non batte ciglio. Neanche di fronte ad un evidente tentativo di condizionare organi costituzionali.

E neanche di fronte a numeri e prognosi inventate di sana pianta, senza fondamento alcuno.

Dice un noto magistrato, di fronte alla Commissione Giustizia della Camera, che il 50% dei processi finirà nel nulla per effetto della norma che stabilisce l’improcedibilità. Numeri campati in aria, che portano il Presidente delle Camere Penali Caiazza, a sostenere che “un uomo pubblico che si espone in tal modo e spara una simile cifra ha il dovere di spiegare il calcolo, se siamo in un Paese serio”.

Vi spiego perché quel calcolo non sta in piedi. Basta osservare i tempi medi dei processi nei vari distretti di Corte di appello per smentire totalmente l’assunto della decapitazione del 50%.

Già oggi ben 19 distretti già hanno tempi medi inferiori a due anni: a Milano 335 giorni medi per un appello penale, a Palermo 445, a Torino 545, a Catanzaro 567, e così altre 15 Corti. Altre 10, pur con pari organici e carichi giudiziari, no.

Per queste Corti, che hanno tempi superiori ai 2 anni, bisogna però tenere in considerazione un elemento essenziale: moltissimi di questi processi attengono a reati gravi per i quali la riforma Cartabia non si applica (reati imprescrittibili) o prevede la celebrazione dell’appello non in due, ma in tre anni. Ed a ciò si aggiunga un altro elemento di ordine generale: laddove vi sia la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale in appello (quindi l’assunzione di prove), il termine dei due-tre anni viene sospeso per il tempo corrispondente. Ne consegue che già oggi il termine nella stragrande maggioranza dei casi è rispettato: e chi sostiene che il 50% dei processi andrà in fumo fa un’affermazione sganciata dalla realtà.

Molti giornali poi, hanno iniziato una campagna denigratoria del provvedimento andando ad elencare i processi celebri che salterebbero con l’approvazione della riforma: schede strampalate e ingannevoli per insinuare che una serie di processi dall’elevato impatto mediatico andrebbero in fumo. Peccato che tutti i casi citati riguardino processi per fatti anteriori al primo gennaio 2020, ai quali la riforma non si applica. Disinformazione totale.

Qual è il grande merito della ministra Cartabia? Quella di aver avuto il coraggio di insistere su un punto: non scaricare sul cittadino le lacune dell’apparato della giustizia. Troppo comodo fare come ha fatto Bonafede: per evitare la prescrizione ha cancellato la prescrizione, un istituto che rappresenta per il giudice un faro, un punto di riferimento per fissare l’udienza. Un istituto che garantisce la ragionevole durata del processo, il diritto di difendersi provando, la presunzione d’innocenza, il principio di rieducazione della pena. Soppresso questo punto di riferimento saltano i tempi, saltano gli schemi e non si risolvono i problemi, perché ogni Corte sarà legittimata ad agire in modo arbitrario. Domandiamoci perché abbiamo tempi medi diversi in distretti di Corti di appello con simili carichi giudiziari e simili organici? Si tratta di questioni organizzative e risolverle cancellando la prescrizione porta a un appiattimento tra chi è bravo, capace, puntuale e chi è superficiale, ritardatario e incapace di organizzare.

Ecco perché difendiamo l’impianto proposto da Draghi e Cartabia, ecco perché non bisogna cedere di fronte a chi vuole far saltare tutto.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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