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Tiberio Bentivoglio: pagare il pizzo è perdere libertà e onore

23 ottobre 2012

Reggio Calabria, (TMNews) - "Pagare il pizzo significa perdere la libertà, l'onore, il rispetto dei propri figli". Tiberio Bentivoglio è un imprenditore di Reggio Calabria che si è trovato faccia a faccia con la criminalità organizzata e ha scelto di non piegarsi. Una storia che inizia nel 1992 quando, finita la seconda guerra di mafia, decide di ampliare il suo negozio di articoli sanitari: la scelta di non pagare il pizzo gli costa cara. "La richiesta estorsiva avviene con il sorriso sulla bocca, per favore, in modo che tu non possa denunciare, addirittura con i parenti. Mi sono rifiutato e sono stato punito. Ho subito vari attentati. Prima i furti, poi la distruzione del furgone, la bomba, l'incendio e così via". "Non è stato facile dire di no: con mia moglie abbiamo sofferto tanto, passato nottate intere prima di cacciarli". L'imprenditore trova il coraggio di denunciare i taglieggiatori: tutti gli si rivoltano contro, una mano dallo Stato arriva solo dopo sei anni. "Lo Stato da un lato arriva tardi per poterti dare, dall'altro presto per poter prendere: oggi ho il mio immobile ipotecato perchè mi sono arretrato con le tasse". La svolta è l'incontro con l'associazione Libera e con il fondatore, don Luigi Ciotti. "Libera mi ha aiutato con la mente, il cuore, con la tasca, si è sostituita allo Stato". Vivere sotto scorta, come fa anche oggi, è difficile: la paura c'è, così come la diffidenza dei colleghi commercianti e dei vicini, che non comprano più da lui. Sentimenti che non riescono a sopraffare l'orgoglio per le sue scelte. "Non si riesce più a stare bene a casa, nelle piccole cose, nell'uscire insieme, nell'andare a mangiare una pizza". "Non è facile camminare con la macchina di servizio per quelle strade, molti si girano dall'altro lato, fingono di tossire per sputare a terra". "C'è tanta rabbia dentro di me, tanta disperazione, ma non sono pentito di aver fatto questo passo".