Vinicio Capossela presenta SponzFest 2019 all'Osservatore Romano:

Ska

Città del Vaticano, 22 ago. (askanews) - Il cantautore Vinicio Capossela presenta in una intervista all'Osservatore Romano la settima edizione dello SponzFest 2019 che si svolge in Alta Irpinia dal 19 al 25 agosto.

Tra le altre iniziative di questo festival fatto di musica e molto altro, Vinicio Capossela e la sorella Mariangela, che organizzato l'appuntamento nella loro terra, è previsto una "Trenodia", ossia, si legge nel sito di presentazione, "un'opera d'arte partecipata che propone di lavorare collettivamente sul pianto per tutto ciò che è in pericolo di vita nel nostro mondo. Si propone di trasformare la lamentela in pianto rituale, il piagnisteo in altisonante lamentazione collettiva, in forma creatrice e aggregatrice per, come dice Ernesto De Martino, 'non morire con ciò che muore'. Trenodia sarà un corteo di centinaia di prefiche senza limitazioni di genere, che darà vita ad una lamentazione funebre. La performance si svolgerà interamente all'aperto: per strade, vicoli, piazze e sentieri di tre regioni".

"La morte è l'ultimo tabù del mondo occidentale", afferma Vinicio Capossela nell'intervista a Silvia Guidi. "Non più il sesso, o altro. Viviamo nella società dell'ottimismo obbligatorio. Il capitalismo non contempla il limite, ma solo una incessante crescita, uno sviluppo illimitato. In queste condizioni la morte, la malattia, il lutto, la perdita sono ostruzioni del meccanismo produttivo. Chi si ostinerebbe a proseguire incessantemente la sua vita nell'accumulo se avesse la piena consapevolezza della morte, del lutto, del fatto che ogni attimo è eterno perché è l'ultimo? Una visione del genere porrebbe la vita nella sua pienezza al centro del nostro esistere. La morte acuisce la necessità di vivere pienamente, per questo è un inceppo. Si muore a parte dagli sguardi, in solitudine, in stanze asettiche. Il corpo stesso, la morte del corpo è plastificata. La ritualità che per secoli ha accompagnato il lutto, dal pianto rituale della Grecia antica, la lamentazione, il riportare a metro una crisi smisurata, l'apertura sul nulla dell'esistere, come cura per tornare ai doveri della vita. La morte è parte della vita, ogni religione l'ha messo in conto. La società attuale cerca di evitare, di sorpassare a destra, il problema. Di certe cose non si parla. Nemmeno in musica. Ho sempre amato musiche che portano la morte dentro, la bile nera. La melancolia. Che non hanno paura del dolore, ma che anzi lo celebrano per superarlo insieme. Un lusso, un medicamento precluso alla cultura dell'individualismo collettivo, fatta di eterno, divorante presente continuo". La morte "come è dipinta nelle danze macabre, nei trionfi della morte, ci smaschera", afferma ancora Capossela. "E' l'ultimo carnevale appunto, quello al contrario. Quello in cui nulla vale e le maschere che portiamo ci colgono per quello che siamo: il ricco, il mercante, il vescovo, il mendicante, il re. Però carnevale è anche irrisione, non prendere sul serio l'estremo momento. È meraviglioso come la cultura popolare si sia fatta da sempre amica la morte, con irrisioni, scongiuri, superstizioni. E poi quel magnifico modo di dire dei contadini del sud, che riferendosi all'ultima dipartita usavano l'espressione: è andato al mondo della Verità. Quasi che la Verità non appartenga alle finzioni e ai mascheramenti a cui la vita continuamente ci costringe. A partire dal sostantivo per descrivere l'uomo attraverso gli occhi degli altri: 'persona', parlare attraverso la maschera".

L'Osservatore Romano intervista, nel numero uscito questo pomeriggio con la data del 23 agosto, anche il cantautore Simone Cristicchi.