Violenza donne, mostra: com'era vestita, la domanda sbagliata

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Roma, 24 nov. (askanews) - In mostra gli abiti indossati dalle donne nel momento in cui sono state stuprate o ammazzate: tute, camicioni, felpe, divise da lavoro. Visitarla rassegna "è un viaggio nella morte che per mano di qualcuno che in una tua giornata qualunque decide di te perchè accecato di sé. Ognuno degli abiti esposti rende muta la domanda sul perché sia accaduto e accada ancora". Così si spiega in una nota delle edizioni 'La Meridiana'.

"Com'eri vestita? Che cosa hai fatto? Cosa hai detto? Sei certa che? Perché eri lì? Perché lo hai lasciato? Perché non sei rimasta con lui? Perché non lo hai denunciato prima? Ognuna di queste domande dice con chiarezza l'idea, dura a morire, che un po' di colpa appartenga alla vittima in quanto donna. Non si è depotenziata con gli anni l'idea che l'amare non è questione di proprietà", si aggiunge.

"Sono ancora così troppe le donne ammazzate in nome dell'amore, che forse dobbiamo chiederci che fine abbiamo fatto fare all'idea di cosa sia l'amore. Che pensiero e agito abbiamo socialmente nutrito dell'amore 'ch'al cor gentil ratto s'apprende'. Se dentro di noi è una corda che stringe o una rete che tiene, un legame che nutre la coppia o uno solo della coppia. Un essere insieme trovando di continuo l'equilibrio del noi non dell'io e del tu", si sottolinea.

"Allora non è come si vestono le donne il problema ma l'idea che amare sia prendere, avere, possedere, consumare. Ecco perchè il corpo delle donne, non il vestito che indossano, resta il tema tabù da affrontare per educarci all'amore che non uccide. Quale idea di amore nutriamo socialmente ci rende colpevoli tutti di fronte a una donna ammazzata. E ricordarci che uccidere non è un gesto d'amore, nemmeno di troppo amore, ma sempre un reato ci aiuterebbe a fare le domanda giuste. E 'Com' eri vestita?' è una domanda sbagliata".