Violenza sulle donne: la situazione in Italia

Il rapporto presentato a Ginevra dallo Special Rapporteur dell’Onu Rashida Manjoo sulla violenza contro le donne in Italia dipinge un quadro inquietante. I risultati sono stati resi pubblici il 15 giugno 2012 a seguito dell'analisi condotta nello scorso mese di gennaio anche grazie ai dati forniti da importanti istituzioni politiche, giuridiche, penitenziarie e associative, tra cui il Ministero dell’interno, della Difesa, della Giustizia, del Lavoro, della Politica Sociale e delle Pari Opportunità. Il quadro che ne emerge è quello di un’Italia dove la questione di genere è ancora irrisolta, soprattutto sul piano culturale e soprattutto al sud.

Rispetto al passato sono stati fatti importanti passi avanti per difendere i diritti della donna, anche dal punto di vista di adeguati servizi d’assistenza per quante hanno subito violenze, ma il vero dramma è un altro: la scarsità di denunce. Sono ancora troppe, la gran parte secondo alcune stime, le vittime di violenze che preferiscono non rivolgersi alle autorità. Specie in alcune fasce d’età, quelle più adulte, ancorate a consuetudini retrograde risalenti ad epoche nelle quali questi diritti non c’erano e la società era spiccatamente maschilista, la donna era subordinata al marito e la violenza finiva per essere considerata in qualche modo persino "naturale" e nell'ordine delle cose.

La situazione è ancora più grave se all'interno del genere femminile si considerano donne appartenenti ad altre minoranze: Rom, Sinti, disabili e immigrati in genere. Contrariamente all’idea veicolata dai media la gran parte delle violenze sulle donne avviene fra le mura domestiche, ben il 78%. L’ultimo sondaggio Istat del 2006 riferisce che il 31.9% delle donne di età compresa tra i 16 e i 70 anni ha subito, almeno una volta nella vita, violenza fisica o sessuale e il 14.3% di queste da parte del loro attuale o precedente partner.

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Dalle interviste emerge che solo il 18.2% di donne maltrattate considera la violenza subita o l’abuso sessuale un crimine. E’ per questo motivo che la violenza privata resta per lo più invisibile (96% non si rivolge alla polizia). Altro fenomeno preoccupante è il femmicidio. Dal 1990 è cresciuto il numero di donne uccise, mentre quello degli uomini è rimasto costante. Solo nel 2010, 127 donne sono state uccise per mano di uomini, di queste il 70% erano italiane ed il 76% erano state uccise da uomini di nazionalità italiana. Solo nel 4% dei casi l’uomo era sconosciuto alla donna.

Se tra le donne italiane il problema è per lo più culturale, tra le comunità Rom, Sinti e di nazioni extracomunitarie la questione diventa anche politica e legislativa. Il “Pacchetto Sicurezza” varato dal Governo Berlusconi nel 2008 ha acuito discriminazioni già esistenti e prodotto casi come quello di donne vittime della tratta della prostituzione e dello sfruttamento che, denunciando la violenza, sono state trasferite all'interno dei CIE (Centri Identificazione e Espulsione). In questi casi la raccolta di dati certi e precisi è particolarmente complessa, ma lo stesso discorso vale per le violenze ai danni di donne disabili (1.8 milioni in Italia). Secondo quanto riportato dall’Associazione Disabili di Imola le disabili sono rappresentate spesso come esseri asessuati, incapaci di prendersi cura della famiglia e di dare un’educazione. Questo le rende vittime ideali.

Nonostante gli sforzi di attuare delle politiche che le proteggano queste donne hanno una formazione di livello inferiore cui conseguono mansioni lavorative subalterne e hanno stipendi più bassi. Il quadro presentato dall’Onu è amaro, ma coerente con quello di altre organizzazioni, come quello dei rapporti della Casa internazionale delle donne che ha raccontato i casi di 73 donne uccise dall’inizio di quest'anno.

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