"Virtù come abito e stile di vita"

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La virtù come "impegno con se stessi e su se stessi, sicché ne venga delineato uno stile di vita, capace di distinguere l'individuo e di definirlo nel rapporto con gli altri". Così l'accademico e giurista Natalino Irti, oggi sul Sole 24 ore.

"Le quattro virtù cardinali, così denominate da Sant'Ambrogio, prudenza giustizia temperanza fortezza - scrive Irti- , segnano ancora la direzione del cammino. Tutte esigono il dominio di sé stessi, il governo di impulsi ed istinti, la misura dell'agire. Non c'è virtù senza codesta `misura', la quale si faccia `norma' della vita e orienti la volontà. Soltanto così ci è dato di conciliare dottrine soggettivistiche e dottrine oggettivistiche: l'agire è deciso dal singolo, ma trova misura in un criterio di massima. La virtù non è perciò qualità di natura, elargita da non so che nume al tempo della nascita, ma impegno della volontà, capace di darci "fortezza". Questo è l'autentico "cardine", intorno a cui gravitano prudenza giustizia temperanza".

"La "fortezza" - aggiunge - non si esprime e consuma in un atto, o in una serie di atti, ma conferisce all'individuo fisionomia e stile morale. Non si tratta di abitudine moralistica, di quell'occhiuto giudicare e condannare in cui si esercitano gli arroganti custodi della virtù, ma dello stile di coerenza e fedeltà a sé stessi. Onde ne nasca la fiducia altrui, la ragionata attesa della nostra condotta, la quale, nel suo obbedire al criterio prescelto, è sempre calcolabile, da amici e nemici, poiché "etiam hosti fides servanda". La virtù, intesa come abito di vita, non è cosa che si prenda o si lasci a piacimento, perché ormai è la fisionomia morale di ciascun individuo".

Spiega ancora l'accademico: "Anche fedeltà e coerenza appartengono, come è ovvio, all'animo umano, al suo oscuro abisso, e soggiacciono sempre a un destino di caduta. E la nostra volontà non può andare oltre i limiti dell'essere uomini, né scongiurarne le svolte e gli sviamenti. La "prudenza" riguarda anche le stesse virtù, e le accompagna nel loro tragitto terreno. Il quale può essere agevole e semplice, o travagliato e doloroso. Non sta a noi di deciderlo. A questo sommesso e dubbioso elogio della virtù".

Le virtù civili, continua, "non stanno da sole, non si reggono di per sé, ma si appoggiano alla serietà morale dell'individuo individuale - che è abito nei rapporti con gli altri - vengono contrapposte le virtù civili, enunciate nelle comunità e nei regimi politici. Virtù, anche dette "repubblicane" in memoria dei giacobini di Parigi e della grande Rivoluzione. Sono virtù espressive di "appartenenze" e di vincoli storico-politici, legate al loro medesimo destino: e perciò durano quanto essi durano, e si estinguono con il loro esaurirsi".

"Le virtù civili - conclude - non sostituiscono né aboliscono le antiche virtù cardinali, ma anzi le presuppongono e vi trovano ferma garanzia. Soltanto la fedeltà a sé stessi - la "fortezza" - può garantire anche la continuità dell'impegno politico e delle scelte individuali. Le virtù civili non stanno da sole, non si reggono di per sé, ma si appoggiano alla serietà morale dell'individuo. Si vuol dire, ancora una volta, che la virtù non è una qualità "naturale", né si esercita per appartenenza a una comunità, ma è impegno con se stessi e su se stessi, sicché ne venga delineato uno stile di vita, capace di distinguere l'individuo e di definirlo nel rapporto con gli altri".

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