Vladimir Putin, lo sceriffo dell'est

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(Photo: ALEXEY NIKOLSKY via Getty Images)
(Photo: ALEXEY NIKOLSKY via Getty Images)

Il presidente russo Vladimir Putin si presenta alla settimana chiave dei negoziati con l’Occidente fedele alla propria retorica: la minaccia alle istituzioni statali del Kazakistan non è causata da proteste spontanee dovute all’aumento dei prezzi del carburante, ma è frutto di “metodi in stile Maidan”. Il riferimento è alla piazza di Kiev simbolo delle proteste contro il governo ucraino del 2014, annoverate dal Cremlino nell’elenco delle “rivoluzioni colorate” sponsorizzate dall’Occidente. “Non permetteremo che si attui lo scenario delle cosiddette rivoluzioni colorate”, ha ammonito il leader del Cremlino, ribadendo che per Mosca quanto accaduto in Kazakistan è “un’aggressione esterna”.

Dato il biglietto da visita con cui Putin si presenta a Ginevra, è bene non aspettarsi soluzioni miracolose dal doppio appuntamento negoziale - oggi i colloqui Usa-Russia, mercoledì il Consiglio Nato-Russia in cui rientra (dalla finestra) l’Unione europea. Lo ha detto anche il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg: non è “realistico” che i colloqui di questa settimana con Mosca possano risolvere le questioni che hanno portato al riaccendersi delle tensioni sul confine dell’Ucraina.

I motivi sono molteplici, ma sicuramente conta molto la determinazione di Putin nel riaffermare l’egemonia russa nell’ex sfera sovietica, un progetto figlio della convinzione che la fine dell’URSS sia stata “un grave disastro geopolitico”. Come ricorda il Wall Street Journal, l’avventura in Kazakistan, su richiesta del leader del Paese, segue quasi 15 anni di interventismo russo in Georgia, Bielorussia, Ucraina e altrove: tutti interventi volti ad avvicinare ancora di più questi Paesi alla Russia, sostenendo i leader allineati con il Cremlino, giocando il ruolo di broker regionale, o cercando di indebolire coloro che hanno mostrato deferenza all’Occidente.

Secondo diversi analisti, Putin è convinto dei vantaggi reciproci di una più profonda integrazione tra la Russia e le ex repubbliche sovietiche ed è determinato a respingere quella che vede come la minaccia di un’espansione a est della Nato. Allo stesso tempo, desidera lasciare un’eredità che posizioni la Russia come una superpotenza da rispettare e temere.

Tanto l’Ucraina quanto il Kazakistan hanno un’importanza storica e strategica speciale per la Russia. Putin ha ripetutamente affermato di sostenere il ritorno dei confini dell’impero russo della fine del XIX secolo, che comprendeva gran parte del Kazakistan e dell’Ucraina contemporanei. Ma negli ultimi anni questo suo sogno imperiale si è scontrato con una serie di crisi in alcuni ex Stati satelliti, innescate dalle proteste della popolazione contro la stagnazione economica, una leadership corrotta e l’assenza di libertà democratiche.

Il Cremlino ha assistito con preoccupazione al crescente sentimento filo-occidentale in Paesi come Ucraina, Georgia e Moldavia, intervenendo infine per aiutare a reprimere il dissenso e sostenere le parti filo-russe. Nel 2008 le forze russe sono arrivate in Georgia, un fedele alleato degli Stati Uniti, dopo che Mosca ha accusato la nazione del Caucaso di aggressione contro l’Ossezia del Sud, una regione separatista filo-Cremlino, dove la Russia sta ancora schierando truppe. Le rivolte hanno rovesciato Viktor Janukovyč, un protetto di Putin, in Ucraina nel 2014. Il Cremlino ha reagito annettendo la penisola di Crimea e sostenendo i separatisti filo-russi in un conflitto a bassa intensità che continua tutt’ora nell’Ucraina orientale. Nella vicina Bielorussia, Putin ha offerto sostegno finanziario e militare al leader autoritario Alexander Lukashenko, permettendogli di resistere alle proteste popolari. La ricompensa di Mosca è stata un patto firmato alla fine dell’anno scorso per integrare i due Paesi in un’unione formale, un importante passo avanti nell’obiettivo di lunga data del Cremlino di esercitare una maggiore influenza sulla Bielorussia.

Negli ultimi tempi Mosca ha rafforzato la propria influenza in vari Paesi, dal Kirghizistan al Tagikistan, passando per la regione separatista della Transnistria, ufficialmente parte della Moldavia, e il territorio conteso del Nagorno-Karabakh. Messi insieme, tutti questi tasselli raccontano la determinazione di Putin a portare avanti i propri interessi geopolitici in quello che Mosca chiama il suo “vicino estero”.

Secondo Aldo Ferrari, responsabile del Programma Russia, Caucaso e Asia Centrale presso l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) e docente presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dai negoziati tra Usa/Nato e Russia non possiamo che aspettarci “compromessi al ribasso” fino a quando l’Occidente non accetterà di comprendere la prospettiva di Mosca. “La percezione russa sull’Ucraina è del tutto diversa da quella occidentale, secondo cui è Mosca a minacciare Kiev. Noi percepiamo una Russia aggressiva, la Russia percepisce un Occidente aggressivo, in particolare per ciò che riguarda l’estensione della Nato verso est e gli armamenti concessi all’Ucraina”.

“Un Paese come la Russia, abituato a sentirsi forte, si sente minacciato da un’alleanza militare come la Nato che è enormemente più forte”, argomenta Ferrari. “Ciò che per noi è naturale – portare all’interno della Nato tutti i Paesi che ne facciano richiesta – per la Russia diventa una minaccia alla sicurezza nazionale. L’Occidente può ignorare questa richiesta russa di sicurezza, ma così facendo corre dei rischi”. Il punto è che, mentre l’Occidente parla, la Russia si muove con molta energia. “È riuscita a sostenere Lukashenko; è riuscita a paralizzare l’Ucraina nel suo tentativo di entrare nella Nato; è riuscita a mandare i suoi soldati nel Nagorno-Karabakh (dove non c’erano mai stati); ora ha inviato le sue truppe in Kazakistan (sotto l’egida del Csto)”.

Quanto al Kazakistan, per Putin “è stato come segnare un goal a porta vuota: non ha fatto altro che andare ad aiutare un compagno di autoritarismo per fare in modo che non ci fossero cambiamenti nel Paese”, spiega ad HuffPost Luca Anceschi, esperto di Kazakistan e professore di Studi eurasiatici presso l’Università di Glasgow. In Kazakistan il leader russo ha mandato circa 3.000 soldati, ottenendo “il massimo risultato con il minimo sforzo”. Se queste truppe staranno per un periodo limitato – come Mosca promette - è perché l’effetto della dipendenza kazaka da Mosca avrà ripercussioni strutturali sulla leadership del Kazakistan: “il presidente Tokayev non avrà più possibilità di scegliersi un futuro indipendente per il debito di riconoscenza autoritario verso chi lo ha salvato”.

Riguardo agli eventi che hanno portato alla “repressione totale” in Kazakistan, Anceschi tiene a sottolineare le “diverse fasi” della rivolta. “Le proteste, iniziate nella regione occidentale di Mangghystau per l’aumento del costo del gpl, si sono spostate verso est diventando sempre più sostanziose e ampie dal punto di vista delle richieste: in ballo non c’era più solo il prezzo del gas, ma anche un cambiamento del sistema politico. Ad Almaty, la principale città del Paese, la protesta è diventata veramente di massa”. Dopo una prima fase sostanzialmente pacifica, abbiamo assistito a un aumento della violenza, ed è qui che entrano in gioco le speculazioni. “Ad Almaty – prosegue l’esperto - sono entrate in azione gang criminali e gruppi che noi chiameremmo servizi deviati. Questi gruppi hanno creato una situazione di caos, anche grazie alla scomparsa delle forze di sicurezza kazake. Non sappiamo chi siano i mandanti politici di questi delinquenti, ma è emersa una dinamica di scontro tra le élite quando il presidente Tokayev da una parte ha annunciato che l’ex presidente Nazarbayev non ha più cariche ufficiali, dall’altra ha iniziato ad attaccare i servizi di sicurezza licenziando e poi arrestando un personaggio del calibro di Karim Masimov”. Il soccorso di Putin è arrivato quando Tokayev si è reso conto di non avere neppure qualche migliaio di soldati di cui potersi fidare. Dal punto di vista del sogno imperiale, una stella in più al petto dello zar.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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