"Volevo essere Mogol" , raccolta di pensieri per sorridere e riflettere

Maria Letizia D'Agata
·8 minuto per la lettura

AGI  - "Io di certo non sono uno di quelli che quando si sente un malanno  va a cercare la malattia su Google per poi curarsi da solo. Io sono uno che va dal suo medico curante e lascia che sia lui, con competenza, a cercare su Google". È con un mix di sorpresa, tenerezza, allegria e attenzione verso espressioni di antica sapienza che chi legge accoglie il libro "Volevo essere Mogol", di Angelo Simone Cannatà pubblicato da Armando Curcio Editore.

E questo perché girando le pagine, colpisce la capacità genuina e la bontà con cui l'autore ha messo sul foglio i tanti pensieri che gli sono "frullati" in testa nel corso degli anni in molti dei quali, ci ritroviamo. Eh si, perché sono pensieri che in pochi abbiamo il coraggio di rendere noti, di confessare. Cannatà  lo ha fatto e il risultato è eccellente: ne esce un libro a dir poco delizioso, una sorta di autobiografia fatta di tanti racconti brevi,  briciole di riflessioni, come quella sulla ricerca delle malattie con Google, "flash" di ricordi di bambino e perle di saggezza delle mamme, il vero centro del mondo e della vita dell'autore.

"La Madonna t'accompagna" o meglio "'A Maronna t'accumpagna", gli diceva la mamma ad ogni uscita da casa, "uno scudo contro il male" quell'espressione, la definisce l'autore, utile anche solo per tirare due calci al pallone, non certo per andare in guerra. Uno scudo che ancora oggi, quando metti il naso fuori casa e mamma magari non c'è più, ogni ex bambino o bambina sente ancora di avere, grazie al ronzio nelle orecchie di quella fatidica frase.

Ci scappa la risata leggendo la riflessioni di Cannatà, si insinua nostalgia e anche un po' di malinconia nel racconto di quel ragazzo che, assetato, torna a casa e beve al rubinetto. "Acqua azzurra, acqua chiara con le mani posso finalmente bere", gli viene da esclamare in modo spontaneo, ma viene ricondotto subito all'ordine dalla mamma che gli intima di bere con un bicchiere e non "con le mani”, richiamandolo alle regole, alla normalità. 

Appena qualche anno dopo, spiega Cannatà, Mogol userà quella stessa frase in una delle canzoni più felici della sua produzione e verrà accolto, come è a tutti noto, in modo totalmente diverso. L'acqua azzurra e chiara in realtà è altro. E' il sogno di un amore puro. Sono versi bellissimi di un testo particolare, prodotto in un'epoca altrettanto particolare. L'acqua pura che accompagna il sogno di un giovane che cerca se stesso e che voleva "essere Mogol".

“Fin da bambino volevo fare lo scrittore “, esordisce Cannatà nelle prime pagine del libro. E non “uno scrittore qualsiasi. Volevo diventare famoso”. E il primo libro, tanti scarabocchi, venne fuori a cinque anni. Le idee, paradossalmente, già c'erano ma poi a scuola dove tutto è una regola, scuola primaria s'intende, dove si mettono le cosiddette ‘basi' le cose subiscono una battuta d'arresto. Perché, come scrive Cannatà, “è nella scuola primaria che nasce la crisi dell'editoria”.

Ma l'autore i suoi pensieri se li è tenuti In testa e se ne sono accumulati altri mille uniti a tante idee su come organizzare la vita. Fra le tante possibilità di realizzazione che Cannatà, bambino e ragazzo sensibile ha preso in considerazione, c'è stata anche quella di provare a fare l'attore dei fotoromanzi. Tanto bastavano "4 pose" ed era utile per piacere alle donne.  

I pensieri hanno saputo aspettare, l'autore non è diventato Mogol ma il prodotto di tante riflessioni è sicuramente vincente, condito da ironia e dolcezza, forte anche di  amicizie importanti, come quella di Achille Campanile il cui figlio, Gaetano, è autore della prefazione. 

“Sono nato a Civitavecchia, ai margini della città però, in un villaggio industriale vicino a una fabbrica di prodotti chimici che poi, dopo la guerra è stata dismessa. Era abitato dagli operai. Sono nato nel maggio del '60, non c'era niente, solo quello che serviva alla sopravvivenza. In quel posto ho vissuto dalla nascita fino sei anni fa – spiega all'AGI Cannatà – nel libro infatti, i racconti nascono da quel periodo. Ho messo per iscritto quei ricordi, le immagini di quando ero bambino, con i personaggi che mi circondavano come il toscano, la gattara e tante situazioni e circostanze.  Nella borgata la vita era difficile, e andare a esprimere qualunque cosa fosse diversa dal consueto non era facile. Mi sentivo un corpo estraneo, i ragazzi della mia età facevano ben altre cose rispetto a me. Magari salivano sugli alberi e io no, per dirne una”.

Perché proprio Mogol? “Perché in questo posto cosi particolare, non c'era niente, e io ascoltavo la musica da una vecchia radio a valvole, ascoltavo le canzoni di Battisti, dell'Equipe 84. Sentivo i testi grandiosi di quelle canzoni  - ricorda - e le amavo. Poi ho scoperto che l'autore di quei testi era Mogol e nel giro di poco, è diventato il mio mito. Io volevo essere come lui. Aveva questa capacità di esprimere la bellezza, una capacità che mi attraeva. Io avevo delle cose da dire e invece di farle morire e farle scomparire le ho messe da una parte e poi, ho scoperto che mi hanno aspettato. Il mio è sicuramente un libro di buoni sentimenti, ma c'è questa voglia di raccontare come ero e come erano i personaggi di cui mi circondavo e con cui interagivo. In un certo senso, posso affermare che la mia è una vittoria perché quello che avevo dentro non è morto. E' rimasto vivo e mi ha spettato, fino al punto in cui sono riuscito a dirlo". A un certo punto spunta anche la voglia di mettersi in prova come attore di fotoromanzi...

"E certo - racconta Cannatà - vedevo mia sorella più grande, con le sue amiche, alle prese con i fotoromanzi. Con questi attori belli, che avevano belle donne intorno, vita facile. Erano amati. Ricordo Franco Gasparri, Jean Mary Carletto, e io volevo essere in qualche modo come loro. Tanto, mi dicevo, bastano quattro pose. Erano quattro pose fantastiche, statiche.Tipica era l'immagine di lei che piangeva appoggiata al pomello del letto in ferro battuto. E io mi sono detto: vado, tanto sono solo 4 pose”.

E Achille Campanile? “Per me è stato un secondo papà – racconta Cannatà - ha cambiato la mia vita. Mi ha dato la chiave per interpretare gli avvenimenti della vita da un punto di vista diverso come quello dell'ironia ad esempio. Con lui ci fu un incontro negli anni 70, andammo a Velletri dove si era trasferito con la sua famiglia. Aveva un figlio di poco più grande di me e due nipoti della mia stessa età. Entrando nella sua casa avevo modo di parlare spesso con lui. Ci tengo a raccontare che dopo la scomparsa di Campanile, partii per il servizio militare e come molti giovani nella mia stessa condizione non la presi bene, stavo giù. Mentre mi trovavo in caserma, un giorno decisi di andare in biblioteca a scegliere qualcosa da leggere, e prendendo da uno scaffale un libro che aveva attirato la mia attenzione, ne cadde un altro addosso a me. Era di Campanile, un testo che non conoscevo però.  E penso che sia stato un segno. Quel testo mi ricordò di sorridere. Anni dopo ho ricontattato il figlio con cui ho una bella amicizia, e abbiamo fatto insieme molti lavori su Campanile, organizzato mostre, convegni, pubblicato libri. Un film con il mio libro? Mah, sono tante storie scollegate fra di loro, c'è molto della mia vita, è molto sentito il legame con mia madre. Mio padre era una persona che non si accontentava di essere come era nato, e con volontà ha cercato di cambiare e ci è riuscito. Veniva dalla campagna e alla fine scriveva in modo bellissimo anche se non aveva frequentato le scuole. Mentre mia madre veniva da una famiglia agiata, era stata insegnante. Ecco, c'era questa dualità in casa mia. Mamma era una persona dolce e per me è stata una grande ricchezza. Nel libro torno spesso al ricordo dei suoi occhi azzurri, alla sua eleganza e delicatezza che lega tutti i miei aneddoti e i ricordi. Campanile era una persona elegante e ha dato molto per il libro, ma anche mia madre”.

"Volevo essere Mogol", è un libro che i giovani dovrebbero leggere, è perfetto per loro. “I giovani sono il nostro futuro”, aggiunte l'autore, e Mogol vuol dire poesia, musica. Si è appena concluso un festival di Sanremo dove i giovani hanno spopolato: “Eh sì, ecco - afferma Cannatà - a proposito di Sanremo e di musica, non voglio fare un pensiero da vecchio: quando io sentivo un certo tipo di musica da ragazzo, venivo schifato dai grandi, c'era distanza. A me questo Sanremo è piaciuto proprio per i giovani. I testi erano buoni, c'erano novità. Bisogna dare spazio ai giovani, sicuramente. Impossibile e illogico non farlo. E' un ricambio naturale. Per mia natura magari sono più sensibile a quello che ascolto rispetto a quello che vedo... Ma le parole delle canzoni erano belle. Non è il mio tempo ma non posso non essere attento. E'il loro tempo ed è giusto che cantino cose diverse,le cose del loro tempo".

Ma “Volevo essere Mogol” che messaggio lancia ai giovani?  “Semplicemente questo: nessuno deve pensare che quello che ha dentro sia inutile. Le cose prima o poi riescono. Io ho aspettato 60 anni per farlo, non ne avevo il coraggio, ma le parole alla fine escono fuori e io mi sono fatto forza e ho messo per iscritto i miei sogni, ciò che sognavo di essere: uno scrittore. Anche se speravo di diventare Mogol”. 
E Mogol il libro lo ha letto?  “Sì, e ha detto quello che ho messo in copertina: 'mi sono fatto una risata! Ridere fa bene alla salute, questo scritto è fantastico'.