Elezioni Usa, quando finiscono? Rischio contese fino a 2021

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Mentre gli Usa aspettano il conteggio ufficiale dei voti per le presidenziali in alcuni Stati, Donald Trump ha avviato azioni legali in alcuni Stati, aggiungendo che chiederà il riconteggio nel Wisconsin, azioni che potrebbero ritardare la certificazione formale dei voti. In condizioni normali, i voti vengono contati, i risultati vengono certificati, il collegio elettorale vota, un candidato ottiene la maggioranza e viene eletto presidente.

Se le azioni legali e i riconteggi continuano, e se i margini sono particolarmente sottili, spiega il New York Times, allora potrebbero passare settimane prima che venga proclamato un vincitore; c'è addirittura chi paventa che la controversia possa trascinarsi fino al 2021. Per Edward Foley, professore di Diritto alla Ohio State University, "queste elezioni non verranno risolte finché uno dei candidati non riconoscerà la sconfitta e farà le sue congratulazioni all'avversario". Se così non sarà, allora il risultato dovrà arrivare "dal procedimento legale".

I risultati che vengono comunicati nella notte elettorale e nelle ore che seguono sono sempre ufficiosi: possono volerci giorni, se non settimane, per contare, confermare e certificare i voti. Se il risultato è sul filo di lana, allora possono essere chiesti riconteggi dai candidati. Le norme variano da Stato a Stato: in alcuni, come la Florida, l'Ohio e la Pennsylvania, il riconteggio è automatico se il margine che separa i due candidati è molto stretto. In altri Stati, come Nevada e Iowa, i candidati possono chiedere il riconteggio a prescindere dall'ampiezza dello scarto.

Nelle elezioni presidenziali del 2000, vennero riconteggiati i voti in tutte le contee della Florida; Al Gore promosse un'azione giudiziaria per avere il riconteggio manuale delle schede in quattro contee a prevalenza democratica, ricorda il Nyt.

I risultati possono venire contestati nei tribunali sia statali che federali, tutte cause che in ultima istanza potrebbero finire davanti alla Corte Suprema. In alcuni Stati intervengono nel processo anche altri poteri, come il governatore, che in Texas è l'unico ad avere il potere di risolvere dispute che riguardano le elezioni presidenziali. In ogni Stato, poi, il Parlamento statale può intervenire nel processo di scelta dei grandi elettori.

I grandi elettori vanno nominati dagli Stati, prima che il collegio elettorale si riunisca per votare formalmente. La scadenza per la nomina quest'anno è fissata per l'8 dicembre. Riconteggi e cause potrebbero ostacolare gli Stati nel rispetto della scadenza. La maggior parte degli Stati assegnano gli elettori al vincitore del voto popolare nello Stato: Nebraska e Maine assegnano invece gli elettori in base ai collegi del Congresso, e due voti vanno al vincitore del voto popolare.

Il Parlamento di ogni Stato, comunque, ha il potere, conferitogli dalla Costituzione, di nominare i grandi elettori che gli spettano, a prescindere dal voto popolare, in particolare quando lo Stato non ha deciso in tempo, entro la scadenza.

In questo caso, il potere legislativo potrebbe decidere che i risultati elettorali, contesi, sono illegali e selezionare in autonomia i grandi elettori. Nel 2000, ricorda il Nyt, la maggioranza repubblicana nello Stato della Florida selezionò grandi elettori favorevoli a George W. Bush, quando il riconteggio era ancora in corso.

Le dispute, avverte ancora il quotidiano newyorkese, potrebbero non finire qui: è anche possibile che governatori e Parlamenti statali non concordino sul risultato e nominino ognuno i propri grandi elettori, in sostegno di candidati diversi. In diversi Stati, il governatore e la maggioranza nel Parlamento sono di colore politico differenti. A decidere, in questo caso, su quali grandi elettori accettare sarebbe il Congresso.

I grandi elettori si dovrebbero riunire in ogni Stato il 14 dicembre, per votare. In teoria, alcuni potrebbero scegliere di sostenere un altro candidato, non quello che hanno promesso di sostenere, o rifiutare di votare: sono i grandi elettori "infedeli".

Il Congresso neoeletto si riunisce il 6 gennaio, per contare formalmente i voti elettorali e nominare il presidente. Se invece non dovesse esserci un chiaro vincitore nel Collegio elettorale, allora vota il Congresso. Il candidato deve ottenere 270 voti per vincere, a meno che il Congresso rifiuti i voti elettorali di uno Stato, cosa che accade molto di rado.

Se non c'è una maggioranza, allora la Camera dei Rappresentanti vota per scegliere il presidente: ogni delegazione statale ha un solo voto. Vince, in questo caso, chi prende almeno 26 voti. Per il professor Foley, è possibile che il 6 gennaio il Congresso si trovi ad avere due candidati che rivendicano la vittoria. E' già successo nel 1876, quando accuse di brogli costrinsero a creare una speciale commissione per decidere l'elezione, a due giorni dall'insediamento del nuovo presidente, che fu poi il repubblicano Rutheford Hayes. E' una falla del sistema americano che non è mai stata riparata, spiega Foley al Nyt.