West Side Story di Spielberg, 60 anni dopo: un capolavoro mancato

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West Side Story (Photo: West Side Story)
West Side Story (Photo: West Side Story)

Chiedo scusa agli appassionati, ma il “West Side Story” di Robert Wise e Jerome Robbins del 1961, a dispetto dei dieci Oscar con doppietta miglior film e migliore regia (record ineguagliato per un film musicale) non era un capolavoro. Fu però il trampolino per consegnare al mondo il musical rivoluzionario del 1957 che per quattro stagioni aveva tenuto banco a Broadway, creatura ideata e coreografata da Robbins su libretto di Arthur Laurents. Le musiche di Leonard Bernstein e i testi di Stephen Sondheim sono evergreen indelebili, e l’ambientazione in esterni tra la 68a e la 110a Strada in degrado certo ha fatto storia.

Non è un capolavoro nemmeno l’attesissimo “West Side Story” di Steven Spielberg, che sessant’anni dopo riscrive con Tony Kushner la danza tragica di questi Giulietta e Romeo newyorchesi stritolati dalla guerra tra poveri portoricani (la banda degli Sharks) e bianchi poveri (i Jets). Sarà in sala dal 23 dicembre, e nonostante i non brillanti incassi americani si candida a svariate nomination.

Affascinato fin da bambino da queste canzoni, Spielberg, come era prevedibile, gira il suo primo musical come se dominasse la materia da sempre. Le coreografie urbane tra le macerie di Lincoln Square in via di gentrificazione sono sbalorditive. Ma il risultato difetta di sangue vivo, di suspense e di emozioni.

Per fatalità, l’anello debole di Spielberg è lo stesso del capostipite: nel ruolo di Tony - lo sfortunato Romeo - il Richard Beymer di Robbins e Wise era inconsistente quanto è belloccio e inespressivo questo Ansel Engort di oggi, faccia da dieci in condotta anche se dovrebbe aver scontato un anno di carcere. Due capisaldi come “Maria” e “Tonight”, eseguiti sulle scale antincendio degli slums come in una sottoproletaria ’scena del balcone” scespiriana, mancano della chimica necessaria per trasmettere palpiti.

Ed è un peccato, perché le scelte di Spielberg sono radicali e meritorie: i suoi latinos non sono attori e ballerini bianchi truccati come nel ’61, parlano spagnolo senza sottotitoli, sono i più bersagliati dalla Polizia bianca e le galere - si dice esplicitamente - sono ingolfate di gente di colore. L’esordiente Rachel Zegler è una Maria giovanissima e un soprano dotato, mentre Natalie Wood fu doppiata (ma anche Beymer e Russ Tamblyn non cantavano in proprio). E Rita Moreno, premiata con l’Oscar da non protagonista sessant’anni fa (insieme all’indimenticabile George Chakiris) è con le sue novanta primavere un vivido ponte con il passato. Un Oscar bis per lei sarebbe da annali.

È vero che, come sostiene il regista, quartieri come Brooklyn, Il Queens e il Bronx non sono poi cambiati molto dagli anni ’50, come è vero che si è ingrossato a dismisura l’esercito dei nuovi poveri bianchi. Ma il depistaggio identitario dei nuovi conflitti sociali va stretto a una ‘gabbia’ narrativa inesorabilmente datata. “West Side Story” si può attualizzare solo fino a un certo punto: aveva più grinta come sottostoria di un romanzo dimenticato di Pamela Moore, “E i piccioni di piazza St. Mark”.

Senza contare che a tratti la rigida geometria coreografica sembra limitare l’arte di Spielberg: confrontare la sfida del ballo in palestra con lo scatenato rock ‘n roll di “1941: Allarme a Hollywood”. Segnatevi però due nomi che sono rivelazioni assolute: Mike Faist (Riff, leader dei Jets) è un talento a 360 gradi, e l’Anita di Ariana DeBose si ritaglia un ‘numero’ di orgoglio femminile conquistato degno della leggendaria “Think”di Aretha Franklin in “The Blues Brothers”. Le mancano solo quelle pianelle rosa scolpite nel nostro immaginario.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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