William Vollmann, uno scrittore leggendario davanti alla violenza

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Mantova, 9 set. (askanews) - "Io vorrei che ci fosse un modo per risolvere alcuni dei problemi legati alla violenza. Credo che la cosa migliore che si possa fare con il calcolo morale è esaminare almeno alcune delle motivazioni che vengono usate per giustificare la violenza. Noi pensiamo che la guerra senza una motivazione sia una guerra ingiusta, quindi su questo cerco di valutare le possibili giustificazioni della violenza. A volte ci sono, a volte no". William T. Vollmann è uno scrittore americano che in molti considerano una leggenda: fluviale, estremo, magnetico, radicale, praticamente impossibile da classificare. A Mantova è stato ospite di Festivaletteratura e ha parlato del tema della violenza, al centro del suo saggio "Come un'onda che sale e che scende", che in Italia è pubblicato da Minimum fax. Un libro complesso come il suo autore, che prova, partendo dall'idea di contrappasso dantesco, a valutare razionalmente una cosa che per sua natura appare profondamente irrazionale come la violenza.

"Quando è giustificata un'autodifesa violenta? Se qualcuno ti punta un coltello alla gola - ha aggiunto Vollmann ragionando sull'utilità della violenza come rivolta - il diritto all'autodifesa violenta è evidente. Ma nel caso dell'ambiente? Io credo che il pericolo per la razza umana sia imminente e che in 20 anni vedremo una serie di tragedie ambientali e umane, ma dal punto di vista personale non mi sento neppure di chiamare alla violenza per l'ambiente, se non altro perché è troppo tardi. Bisogna interrogarsi su come raccontare questa storia senza essere assolutisti, come rispondere a una posizione opposta senza cadere nel relativismo morale". Lucido, fin quasi all'autolesionismo, Vollmann ricorda, nel modo di pensare la letteratura, un altro scrittore americano leggendario, come David Foster Wallace, che proprio a lui guardava come a una forma di ossessione. Probabilmente per la frenesia delle avventure e dei movimenti di Vollmann per la sua costante compromissione con l'umanità e la storia di cui ha scritto e scrive, una compromissione (che era alla base anche della visione di DFW, ma in modo più intellettuale, più letterario, se volete) che appare evidente ascoltando ogni parola di Vollmann, capace nella sua scrittura di essere sia una prostituta sia un talebano, senza perdere il proprio modo di viversi come autore, qualunque cosa questa parola significhi.

Dentro una basilica la cui architettura rinascimentale esalta ancora di più il tono della voce e il senso delle parole dello scrittore, Vollmann parla delle complessità che si trovano in ogni momento, delle ambiguità, della necessità di pensare anche ai valori dell'altro. Il calcolo morale - dice - non fornisce una risposta, ma aiuta a individuare le differenze e a trovare i momenti di vicinanza tra quello che pensiamo noi e quello che pensano gli altri. In modo da poter discutere e cercare un compromesso. Sembra semplice, logico, eppure è probabilmente il punto intorno al quale ruotano millenni di storia e di guerre tra gli esseri umani, un punto ovviamente non risolto, come possiamo vedere dalle cronache di ogni giorno. E anche questo aspetto ci aiuta a capire la portata del lavoro di William Vollmann, senza entrare necessariamente nel merito del valore dello stesso lavoro: basta la sua portata. Ed è curioso che uno scrittore che in molti abbiamo considerato epico, per la vastità della sua scrittura, per la ricchezza della sua narrazione, dica frasi come: "È molto più facile per me scrivere saggistica rispetto alla narrativa". Provate a immaginare se non fosse andata così. (Leonardo Merlini)