Woody Allen vs Mia Farrow, se una sceneggiatura diventa prova d'accusa

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Hp (Photo: Hp)
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Avevo letto delle roventi polemiche sulle puntate HBO “Allen vs Farrow”, ma grazie a Sky che ha meritoriamente portato questo esplosivo documentario in Italia davvero ho potuto capire de visu come la furia colpevolista, l’apparato ideologico di condanna, la suggestione del linciaggio sotto forma di inchiesta, la demonizzazione corale di una persona, Woody Allen, di cui si dà per scontata la responsabilità nella presunta molestia nei confronti della figlia adottiva Dylan all’età di sette anni (presunta e comunque respinta da una sentenza della giustizia americana), abbiano in questo caso oltrepassato ogni limite.

Una cosa mi ha colpito di questa ricostruzione così palesemente schiacciata sull’accusa orchestrata da Mia Farrow, oltre alla chiamata alle armi di amiche e psicologhe compiacenti con la missione di descrivere ogni dettaglio del mostro: l’esibizione di un film come prova a carico del presunto molestatore. Spulciando nelle scene di “Manhattan”, ma addirittura nelle pieghe delle sceneggiature di film scritti e girati nel corso degli anni (e spesso con la presenza di Mia Farrow), gli autori del documentario si sono impegnati allo spasimo per indicare le opere di Woody Allen come altrettanti corpi del reato, come indizi di una mentalità perversa che confessa attraverso i film un’inclinazione pedofila e addirittura predatoria di cui la molestia sessuale di Dylan non è che l’esito necessario.

A chi sostiene che bisogna tenere separate l’opera d’arte dalla moralità del suo artefice il documentario risponde addirittura inserendo l’opera d’arte tra le carte processuali. “Manhattan” come confessione di un peccato, i film come simboli di una depravazione in cui è impossibile distinguere tra finzione artistica e vita vera. Chi ha concepito “Manhattan” non può che essere colpevole. Il maccartismo era molto più moderato.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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