X Factor è solo un programma televisivo

X Factor è solo un programma televisivo

È solo un programma televisivo. Non ce lo ripetiamo mai abbastanza, evidentemente, ma X Factor è solo un programma televisivo. Volessimo essere anche un po’ cinici, come se di colpo gli ultimi dieci anni fossero stati spazzati via e ci ritrovassi proiettati in un mondo in cui il postmoderno va ancora di moda, verrebbe da aggiungere anche “di scarso successo”. Perché questo ci dicono i numeri, X Factor è solo un programma televisivo di scarso successo. Pochi telespettatori, i dati risicati che ci mostra l’auditel sono impietosi, a dimostrazione che Sky resta la tv più amata da chi segue le partite di calcio, non certo gli spettacoli di intrattenimento.

Certo, i social ci dicono altro. E per chi vive a Milano anche i cartelloni pubblicitari. Ma soprattutto i social ti dicono altro. Ti fai un giro su Twitter il giovedì sera e ti sembra che tutto il mondo non faccia che guardare e commentare il programma giunto alla tredicesima edizione e presentato per la nona volta da Alessandro Cattelan. Ma si tratta di una bolla, esattamente come è una bolla l’ecosistema che regge Spotify. Un microcosmo che parla e parla, e che lascia quindi intendere che tutti parlino e parlino, quando tutti in realtà sono molto più probabilmente sintonizzati su una replica di Don Matteo o su un qualsiasi altro programma di intrattenimento. Una qualsiasi puntata di Un giorno in pretura fa numeri che X Factor non ha ancora imparato a scrivere sul quaderno a quadretti grossi coi margini, Cattelan bullizzato dal primo giudice di provincia che passa di lì. Pure Del Debbio su Rete 4 doppia Cattelan, questa la dura realtà dei fatti. Smettiamola di chiedergli se se la sentirebbe di presentare Sanremo, dai, facciamo i seri.

I giudici e il monumento a Sfera Ebbasta

È solo un programma televisivo, e proprio per questo, giunto alla tredicesima edizione, comincia decisamente a mostrare la corda. La noia prende il posto del ritmo, la stanchezza pervade tutto, come una infiltrazione dell’acqua, si arriva alla fine più per dovere che per piacere, anzi, solo per dovere, infatti non ci arriva nessuno, tranne chi ne deve scrivere, come me. Chiaro, abbiamo fin qui assistito alle prime tre puntate, quelle registrate, storicamente dedicate alle prime fasi delle audizioni. Quindi abbiamo visto non solo un programma televisivo, ma un programma televisivo registrato, e tutti noi ben sappiamo come la mancanza della diretta abbia da sempre un brutto influsso sui programmi televisivi, anche quelli cool come X Factor. Il fatto è che in queste prime fasi, quando cioè i futuri ipotetici concorrenti passano uno dietro l’altro, e quando ancora, ovviamente, non ci siamo affezionati neanche ai giudici, figuriamoci ai concorrenti, è il montaggio che fa la differenza, come nella famosa scena della scalinata della Corazzata Potemkin in Fantozzi, il dettaglio della carrozzina, l’occhio della madre. E il montaggio, in queste fasi, è evidente anche ai più distratti, quelli che probabilmente hanno passato tutto il tempo a commentare su Twitter, sembra atto tutto e soltanto a far uscire bene Sfera Ebbasta.

Sì, perché se è vero come è vero che quest’anno X Factor 2019 presenta una giuria che, a parte il monumento Mara Maionchi, è totalmente nuova, è anche vero che è Sfera Ebbasta il solo capace di muovere numeri importanti, e che è lo stesso Sfera Ebbasta che, dopo i fatti di Corinaldo, ha decisamente bisogno di una passata di trucco e parrucco, per questo si trova seduto lì. Questo lo si capisce bene, guardando il programma, perché tanto Malika Ayane sembra dover incarnare il ruolo della signorina Rottenmaier, sempre con gli occhiali in punta di naso e la matita rossa in mano, anche se l’aver frequentato il coro di voci bianche della Scala e aver studiato per qualche anno al conservatorio non è che faccia esattamente di lei Adele, né, tantomeno, la musicologa che vuol farci credere, quanto Samuel è la cristallizzazione dello spirito torinese, lì sulle sue a dire e non dire, lui che una carriera vera in effetti alle spalle ce l’avrebbe pure, a differenza di Malika, e magari potrebbe anche fare la differenza.

Un megaspot a Sfera Ebbasta

È quindi Sfera Ebbasta l’asso pigliatutto, quello che viene spessissimo inquadrato mentre sorride, mentre ballicchia alla sua maniera, mentre fa le facce simpatiche e mentre alza il pollice in quella che, temiamo, dovrebbe poter diventare una sorta di danza-tormentone (“Quattro sì”). Una sorta di megaspot alla sua simpatia, alla sua sensibilità, al suo essere un bravo ragazzo, in barba alle tante brutte parole che su di lui sono state dette e scritte negli ultimi mesi, direi a buona ragione, proprio in seguito alla morte di sei suoi fan a Corinaldo, e in seguito a una serie di uscite non felicissime. Fatti tragici, quelli, che hanno portato agli onori delle cronache, anzi, ai disonori delle cronache, i suoi testi, spesso accusati di portare sulla cattiva strada i suoi giovanissimi fan, spesso in età prescolare.

Un megaspot a Sfera Ebbasta, va detto, che potrebbe anche funzionare (con buona pace della Sony, titolare del programma, visto che Sfera Ebbasta è in forze alla Universal). Perché il ragazzo buca lo schermo. Perché risulta solare e simpatico. Perché con una come Malika di fianco risulterebbe simpatico anche Piercamillo Davigo, certo, ma se uno buca lo schermo lo buca, dobbiamo prenderne atto.

Solo che a ben vedere, vuoi per la vuotezza del programma in sé, vuoi perché, immagino per non bruciare già in queste prime puntate la poca ciccia che il programma dovrà distillare nel corso dei prossimi tre mesi, Sfera Ebbasta, da adesso in poi Coso-lì, mi scuserete se non mi presto a questa operazione di make-up, non è mai stato in grado di dire una sola frase che dimostri come chi lo ha da subito scambiato per un pirla coi capelli rossi e i tatuaggi in faccia tutto intento a parlare di “fighe e droghe” era in errore. Cioè, senza neanche bisogno di ribadire che pensare che un testo travi qualcuno è la cosa più distante da me, cresciuto con Lou Reed e non per questo divenuto un eroinomane, non è che se stai lì che sorridi dentro la mia televisione, ma più di “mi sei arrivata una cifra, raga hai spaccato di brutto” non sei in grado di dire di colpo ti considero un grande. Continuo a pensare che tu, fondamentalmente, sia esattamente vuoto come le tue canzonette, e che se ritieni il tizio di Carote un genio è perché, in fondo, di musica come di genialità non capisci un cazzo.

X factor 2019: i concorrenti

E passiamo quindi a dire due parole, non di più, sui concorrenti. Allora, torno a ripetere, so che X Factor è un programma televisivo, non qualcosa che abbia realmente a che vedere con la musica, e so che non va bene sparare le bombe all’inizio del programma, perché certe cose è bene farle intuire, non dirle tutte dalla prima all’ultima lettera, ma fin qui di cose interessanti se ne sono viste davvero pochine, per non dire un paio. E non parlo solo di “cose” musicali. Una è Kimono, già vista per altro a Sanremo Young, da molti indicata come futura vincitrice. Sedicenne marchigiana, Kimono ha una voce che in effetti è decisamente molto ma molto bella, di quelle che ti sbucciano il cuore, e ha un atteggiamento dimesso che potrebbe regalarci delle belle sorprese, se gli autori non stanno lì a compiacersi della propria coolness e soprattutto non continuano a concentrarsi tutti su Coso-lì. L’altro, par di capire, è il tizio che ha cantato quella filastrocca scema che risponde al titolo di Carote. Anche lui sedicenne, Nuela, questo il nome d’arte, dimostra di saper arrivare dove la gente vuole arrivare, in un posto quindi dove non sia necessario usare né cuore né cervello. Il suo brano ha già fatto oltre cinque milioni di views su Youtube, a dimostrazione che è proprio vero, mangiate merda, venti miliardi di mosche non possono sbagliare.

In realtà sarebbe da indicare anche una terza artista passata di lì, Martina Maggi, già vista a All Togheter Now, bella voce e immagine decisamente vincente, ma gli autori hanno deciso di tenersela per loro, facendocela vedere solo pochi secondi, giusto per incuriosire e niente più, se ne riparlerà ai Bootcamp, immagino. Poi qualcosina si è visto,dal tizio che canta in falsetto con l’apparecchio alla band che rifà Motta, ma poca roba e poi non vorrei dare l’impressione che XF 13 sia altro che un programma televisivo. Perché per il resto è il solito cliché di roba vista e rivista, tredici edizioni di X Factor, oltre alle diciotto di Amici, le cinque di The Voice e affini sono davvero troppe. C’è la ragazzina che prova a clonare l’Alessandra Salerno di The Voice, sostituendo l’autoharp con l’arpa, ma proponendo sempre Creep, solo in una versione decisamente più scadente, ci sono i duemila cloni di Ed Sheeran, lì a lamentarsi con la chitarrina, c’è l’indie che canta il brano dal titolo indie, Glovo, e che dice di aver scelto di chiamarsi con un nome indie, Comete, perché voleva unire le parole “come” e “te”, causando l’immediato ribaltamente nella tomba di De Mauro, ci sono quelli che palesemente sono lì perché vogliono finire a Strafactor, gente che neanche alla Corrida.

Certo, qualcuno che potrebbe essere interessante c’è, ma in genere non ce lo fanno vedere ora, perché se no, poi, sai che palle arrivare fino a dicembre. C’è quindi poco di interessante, a parte qualche battuta di Alessandro Cattelan, quest’anno anche in veste di autore, ma direi che se fosse tutto qui ci saremmo anche potuti accontentare di una paio di stories su Instragram. Comunque da settimana prossima si passa alla fase successiva, con almeno qualche certezza. Tipo che Mara Maionchi sarà alla guida degli Over, Sfera Ebbasta degli Under Donne, Malika Ayane degli Under Uomini e ovviamente Samuel dei Gruppi, e che visto quanto andato in onda sin qui non ne vedremo e sentiremo di belle, ma questo passa il convento, ce ne faremo una ragione.