Il disco d'esordio dei Melancholia, i "più bravi" di XFactor

Gabriele Fazio
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AGI - È uscito alla mezzanotte di giovedì 3, proprio mentre si chiudevano le semifinali di X-Factor, “What You Afraid Of?”, album di debutto dei Melancholia, la band in gara quest'anno nella squadra di Manuel Agnelli nel format targato Sky. Quella semifinale i Melancholia non l'hanno giocata, sono stati esclusi la scorsa settimana creando un disappunto nel pubblico forse mai davvero così concreto, c'è addirittura chi ha fatto partire una raccolta firme per farli rientrare in gara e portarli alla vittoria.

Un disappunto che sentiamo di condividere dato che raramente in uno show televisivo con al centro la musica si erano mai visti dei ragazzi portare dentro così tanta musica. La musica dei club, la musica impegnata, la musica fatta con professionalità, competenza, talento; Agnelli lo ha ripetuto fino alla nausea: “Loro sono già pronti” e dopo l'ascolto di “What You Afraid Of?” non possiamo che dargli tutta la ragione possibile. Nei sette brani del disco ritroviamo tutta la potenza eterea della band di Foligno, quella libertà distruttiva, quel disagio rock, che hanno mostrato nei cinque live dello show.

Se era vero (come è vero) che eravate così pronti al mercato discografico, perché X-Factor?
“Abbiamo scelto la strada di X-Factor per toglierci un po' dalla bolla che si era creata intorno, per uscire un po' dagli schemi. Erano diversi anni che suonavamo in tutti i festival e non riuscivamo a fare quel passo in più; abbiamo pensato che ci volesse una botta di visibilità così grande che ci facesse entrare veramente in quel mondo a livello professionale”.

Avete pensato al rischio di essere ingoiati come accade al 90% dei concorrenti dei talent musicali?
“Diciamo che più che non averci pensato eravamo così concentrati sul fatto di voler suonare, di voler mostrare e dire qualcosa, che tutto il resto è andato proprio in secondo piano. L'esperienza che abbiamo voluto fare è stata dettata dal fatto che al momento non c'è altro modo per suonare con la propria band se non dentro X-Factor, perché la situazione purtroppo è questa, non ci sono più concerti, non c'è più niente. Questa è una possibilità grande che ci può dare una visibilità grande, possiamo suonare tutte le settimane e questo per noi è un privilegio. L'essere ingoiati, messi in una cosa tanto grande quanto dispersiva, questo ovviamente è stata una nostra paura che abbiamo dovuto fronteggiare e che dobbiamo fronteggiare, ma penso che con un progetto particolare come il nostro noi in qualche modo riusciremo a mettere una mano fuori e a farci notare”.

Cosa si prova ad essere eliminati pur essendo considerati da tutti i più bravi?
“Ovviamente è una delusione, è quello che è trapelato anche dalla nostra reazione sul palco dopo, cioè delusi dal fatto che sapevamo di avere tanti progetti; anche se erano rimaste due settimane e due performance, comunque volevamo dimostrare sempre di più, suonare sempre di più, e questa cosa c'è stata tolta. Ma il calore che ci è arrivato dopo è stata una botta così grande che alla fine è quasi meglio così, che siamo usciti e siamo liberi di poter continuare a sperimentare e continuare a scrivere musica”.

Una cosa positiva e una cosa negativa di questa esperienza…?
“In realtà ne ho tante di positive perché è stato bello lavorare con tutti, dagli autori ai produttori, il confronto con questa gente è stato una cosa che ci ha fatti crescere tantissimo, è un'esperienza che veramente ti forma sotto tantissimi punti di vista, e ti forma anche dal punto di vista negativo, quello di avere sempre l'attenzione addosso, sempre le telecamere addosso, che tante volte può sembrare asfissiante”.

Un breve commento su ognuno dei giudici…
“Per quanto riguarda Manuel è stato incredibile dal primo momento, abbiamo lavorato soprattutto con Rodrigo (D'Erasmo, violinista degli Afterhours e “coach” del team band) e sono sempre stati superschietti, se ti devono dire una cosa te la dicono in faccia, pulitissimi, ci siamo trovati proprio bene a lavorare con loro perché siamo entrambi molto perfezionisti. Per quanto riguarda Emma è quella che più sentiva la nostra voglia, tant'è che ogni volta ci diceva questa cosa di voler venire ad un nostro concerto e noi saremmo veramente fieri di vedere che lei ci supporti in queste situazioni. Mika è veramente super simpatico, mi parla sempre di questa mia bolla di positività che in realtà vede solo lui perché io tante volte mi sentivo negativa, ma apprezzo il fatto che lui vedesse in me qualcosa di positivo, anche lui ci ha fatto delle critiche super costruttive che ci hanno aiutati, ogni cosa che ci è stata detta per noi era oro e l'abbiamo assorbita, e lui è stato il più critico tra tutti. Per quanto riguarda Manuelito, ci ha sempre supportato e poi ha fatto delle scelte”.

Ma c'è un po' di risentimento? Perché alla fine della puntata si è visto che avresti voluto dirgli “Manuelito, ma che hai fatto?”
“Si, diciamo che è stato uno sfogo, ma senza alcun risentimento, non si può definire risentimento. È stato un semplice sfogo ed erano più domande che volevo fargli che urlargli in faccia cose”.

Voi cantate in inglese, ma voi che aspettative avete dal mercato italiano? Perché da noi non è così normale che vadano bene artisti italiani che cantano in inglese…
“In realtà ci pensiamo ogni giorno ma prima o poi deve succedere che il cervello della discografia si apra così tanto da ammettere all'interno dei progetti che sono non in italiano. Noi vogliamo un po' combatterla questa guerra, perché sentiamo che merita, sentiamo che il nostro genere è adatto a quel tipo di lingua e sarebbe veramente uno spreco adattarsi per perdere qualità o per perdere quel qualcosa che ti rende particolare”.