Xi avverte il mondo: "Taiwan sarà riunificata alla Cina, nessuno interferisca"

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NEW YORK, NEW YORK - SEPTEMBER 21: Chinese president Xi Jinping speaks via a video link during the annual gathering in New York City for the 76th session of the United Nations General Assembly (UNGA) on September 21, 2021 in New York City. This year's event, which has been shortened due to Covid-19 restrictions, will highlight the global issues of defeating the Covid-19 pandemic and of re-invigorating the post-pandemic global economy. (Photo by Spencer Platt/Getty Images) (Photo: Spencer Platt via Getty Images)
NEW YORK, NEW YORK - SEPTEMBER 21: Chinese president Xi Jinping speaks via a video link during the annual gathering in New York City for the 76th session of the United Nations General Assembly (UNGA) on September 21, 2021 in New York City. This year's event, which has been shortened due to Covid-19 restrictions, will highlight the global issues of defeating the Covid-19 pandemic and of re-invigorating the post-pandemic global economy. (Photo by Spencer Platt/Getty Images) (Photo: Spencer Platt via Getty Images)

Il movimento per l’indipendenza di Taiwan è “il più grande ostacolo alla riunificazione nazionale, una seria minaccia al ringiovanimento della Cina: non è mai finita bene per coloro che dimenticano i loro antenati, tradiscono la madrepatria o dividono il Paese. Saranno sicuramente disprezzati dal popolo e giudicati dalla storia”. I toni perentori del presidente Xi Jinping, risuonati nella Grande sala del popolo su Piazza Tienanmen, a Pechino, hanno dato la chiara rappresentazione del tarlo ben radicato nella leadership comunista perché “il compito storico della riunificazione completa della madrepatria deve essere adempiuto e lo sarà sicuramente”.
Xi ha avvertito il mondo sull’isola ribelle, distante 130 km dalle coste del Fujian, tanto vicina e allo stesso tempo lontana dalla Cina continentale per assetti istituzionali: mai come ora, malgrado le pressioni di Pechino e i quasi 150 caccia e aerei militari mandati a violare lo spazio di difesa dall′1 al 4 ottobre.
Solo i 23 milioni di taiwanesi hanno il diritto di decidere “il futuro e lo sviluppo” dell’isola, è stata la replica del Consiglio di Taipei per gli affari con la Cina: di fronte alle ambizioni del Partito comunista, la presidente Tsai Ing-Wen ha più volte ribadito che “non cederà né avanzerà”, difendendo con forza sovranità e sicurezza nazionali e continuando ad approfondire i rapporti con i Paesi amici e a mantenere lo “status quo di pace e stabilità nello Stretto di Taiwan”.
Il tempo però stringe e l’impazienza di Pechino aumenta: l’assertività mostrata dalla Cina ha creato reazioni opposte a quelle desiderate. Il caso Taiwan ha avuto più visibilità in Occidente (e non solo) e vari Paesi, come Giappone e Australia, hanno espresso sostegno all’isola. Mentre sei nazioni - Gran Bretagna, Canada, Giappone, Paesi Bassi, Nuova Zelanda e Stati Uniti - hanno effettuato manovre militari congiunte vicino a Taiwan a inizio ottobre con ben tre portaerei.
Xi ha parlato alle commemorazioni dei 110 anni della Rivoluzione Xinha, iniziata il 10 ottobre del 1911, che pose fine alla dinastia Qing e chiuse oltre 2.000 anni di storia imperiale. Con alle spalle il ritratto di Sun Yat-sen, primo presidente della Repubblica di Cina fondata nel 1912 e figura capace di unire Pechino e Taipei, Xi lo ha citato riferendosi a Taiwan. “L’unificazione è la speranza di tutti i cittadini cinesi. Se riuscirai a riunificarti, il popolo di tutto il Paese godrà delle benedizioni; se non potrai unirti, soffrirai”, ha detto il presidente seduto al centro del palco, unico tra i partecipanti con due tazze da tè. La riunificazione con “mezzi pacifici è più in linea con gli interessi generali della nazione, compresi i compatrioti di Taiwan”, mentre “nessuna interferenza esterna è consentita in vicende interne”, ha ammonito Xi, che stavolta non ha citato l’uso della forza se necessario.
Taiwan, governata in via autonoma dalla Cina dal 1949 dopo che vi si rifugiarono i nazionalisti del Kuomintang di Chiang Kai-shek sconfitti da Mao Zedong, ha un sistema democratico e domani celebrerà l’anniversario della Rivoluzione Xinha con un discorso della presidente Tsai, al potere dal 2016, convinta sostenitrice del fatto che l’indipendenza sia nei fatti. Il suo ministro della Difesa, Chiu Kuo-cheng, giovedì aveva lanciato l’allarme in parlamento: Pechino sarebbe in grado di effettuare un’invasione “su vasta scala” entro il 2025.
All’inizio della settimana, gli Usa hanno ribadito l’impegno “solido come una roccia” verso Taiwan dopo che il presidente Joe Biden ha dichiarato di aver parlato con Xi e concordato che avrebbero “rispettato l’accordo di Taiwan”. In base al Taiwan Relation Act del 1979, gli Usa spostarono i rapporti diplomatici da Taipei a Pechino, promettendo di fornire a Taiwan armi per l’autodifesa. Nei giorni scorsi è stata confermata la presenza di un’unità di forze speciali e di un contingente di marines americani per addestrare i militari di Taipei: un cambio nella politica Usa, nel mezzo delle crescenti tensioni bilaterali, piuttosto che una vera violazione delle tre dichiarazioni congiunte Usa-Cina del 1972, del 1979 e del 1982, alle base dei loro rapporti. Pechino ha reagito finora sottotono, ma secondo gli osservatori c’è da attendersi una risposta più forte. Almeno a uso domestico.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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