Xi Jinping elevato a guida suprema, verso il potere a vita

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(Photo: NOEL CELIS via Getty Images)
(Photo: NOEL CELIS via Getty Images)

Da qualsiasi parte lo si guardi, il futuro della Cina nei prossimi anni e forse dei prossimi decenni continuerà ad identificarsi con un cognome e un nome: Xi Jinping. La conferma (ampiamente prevedibile e diremmo scontata) è arrivata oggi dalla conclusione del “Plenum”, ovvero la sesta sessione plenaria del 19° Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, che ha approvato la storica “Risoluzione” presentata da Xi, inserendolo tra i “i giganti storici del partito”, e riconoscendolo ancora una volta “leader supremo”.

La strada per un suo - inedito, nella storia del PCC – terzo mandato quinquennale è ormai sicura, anzi, “blindata”, e verrà sancita (solo formalmente, ormai) l’anno prossimo, a novembre, nel corso del Congresso nazionale. Non ci sono leader rivali o eredi in vista. E comunque tutti quelli potenziali, o che soltanto avrebbero potuto “disturbarne” il trionfale percorso, sono stati sistemati uno dopo l’altro, resi inoffensivi attraverso una lunga serie di purghe ed epurazioni, oppure attraverso un’accorta politica di promozioni e pensionamenti.

In attesa della conferenza stampa ufficiale del Comitato Centrale del Partito, prevista per domani mattina per “presentare i principi guida” del Plenum appena concluso, un lungo comunicato diffuso oggi dalla Xinhua, l’Agenzia di Stampa governativa cinese, anticipa buona parte delle decisioni del cosiddetto “conclave rosso”: Il pensiero di Xi Jinping “sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” si legge nel comunicato, è il “marxismo cinese contemporaneo, il marxismo del XXI secolo e l’essenza della cultura e dello spirito cinesi” (…). “Il partito ha stabilito il compagno Xi Jinping come ‘nucleo’ del Comitato centrale e dell’intero partito”, continua la Xinhua, e la sua posizione guida “nella nuova era del socialismo con caratteristiche cinesi” è decisiva per “il grande ringiovanimento della nazione cinese”.

“L’intero Partito deve sempre mantenere legami in carne e ossa con il popolo” si legge ancora nel comunicato ufficiale, ed è sotto la guida di Xi che “continueremo a realizzare, salvaguardare e sviluppare gli interessi fondamentali della stragrande maggioranza del popolo e a unire e a guidare il popolo cinese di tutte le etnie e gruppi nella lotta per una vita migliore”.

Hong Kong, Macao e Taiwan, vengono citate per la prima volta dalla storica “risoluzione” di Xi, approvata dal Plenum, dal che si evince con chiarezza come un più forte controllo sulla ribelle ex colonia inglese e la riunificazione di Taiwan, siano obiettivi che Xi non vuole lasciare alle generazioni future: “Per quanto riguarda il mantenimento della politica di “un Paese, due sistemi” e la promozione della riunificazione nazionale, il Comitato Centrale ha adottato una serie di misure per affrontare sia i sintomi che i problemi alla radice delle questioni rilevanti e attuato risolutamente il principio secondo cui Hong Kong e Macao devono essere governate da patrioti” affermano i delegati. Ed è la prima volta che Hong Kong e Taiwan vengono citate in una delle tre storiche risoluzioni adottate fino ad oggi dal Partito Comunista Cinese. Nei due precedenti documenti pubblicati nei 100 anni di storia del PCC, la risoluzione presentata da Mao Zedong nel 1945 e quella di Deng Xiaoping nel 1981, ​ il ritorno di Hong Kong e la riunificazione di Taiwan non erano ancora priorità politiche prioritarie.

Questo ulteriore trionfo del “compagno Xi”, come si è detto, era scontato ed era stato già anticipato nel corso di una riunione più o meno segreta del Politburo del Partito Comunista Cinese - del quale abbiamo già reso conto da queste colonne - quando, lo scorso 18 ottobre, i massimi leader del Paese hanno discusso dei” documenti da sottoporre all’esame e all’approvazione della Sesta Sessione Plenaria del XIX Comitato Centrale”, ovvero la “Risoluzione del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese sulle principali conquiste ed esperienze storiche della lotta centenaria del Partito” presentata appunto da Xi e approvata oggi, formalmente, dal Plenum dove, essenzialmente, Xi ridisegna la storia del Partito Comunista – e quindi della Cina moderna, da Mao ad oggi - a sua immagine.

“Sotto la guida di Xi”, hanno detto i delegati, la Cina ha “ottenuto risultati storici e ha subito una trasformazione storica”, salutando quelli che il partito ha descritto come “successi nell’economia, nella politica estera, nella lotta all’inquinamento e nel contenimento del Covid”, come risultati epocali che si devono tutti alla guida di Xi. “Sotto Mao, Deng e ora il signor Xi, afferma il comunicato del Plenum, la Cina ha “vissuto un’enorme trasformazione che le ha consentito di rialzarsi, crescere, prosperare e diventare forte”.

Trai particolari emersi oggi, spiccano i ripetuti riferimenti all’ideologia marxista e allo stesso Partito Comunista visto come elemento imprescindibile attraverso il quale rileggere il passato, costruire il presente e programmare il futuro della Cina del XXI secolo. Tutto il Partito “deve tenere a mente che nasciamo nelle difficoltà e moriamo nella comodità, tenere a mente la lungimiranza, essere vigili in tempi di pace e continuare a portare avanti il grande nuovo progetto di costruzione del Partito in la nuova era” dicono i quasi 400 delegati del Plenum, i quali hanno rimarcato la necessità di sostenere “un governo rigoroso del Partito e di promuovere fermamente la condotta del Partito, un governo pulito e la lotta alla corruzione”. Con un solo e unico scopo in mente, dicono senza incertezze: “fare in modo che la causa del socialismo con caratteristiche cinesi sia irremovibile e indomita”.

E la spinta alla ” prosperità comune ” fortemente voluta da Xi va in perfetto accordo con questa forte rivalutazione dell’ideologia marxista decretata dal Plenum, così come i numerosi appelli, sempre di Xi, per una maggiore equità sociale, nei quali ha più volte esortato “chi ha di più a dare a chi ha di meno”. Insomma, quello sancito oggi dal Plenum, è un segnale forte di discontinuità per distinguere la “nuova era del socialismo con caratteristiche cinesi” sotto la guida di Xi, dal passato. Come dire che ormai non sono più i tempi in cui Deng Xiaoping lanciava le prime riforme ed affermava che “arricchirsi è glorioso” e “non importa se il gatto è bianco o nero, purché catturi i topi”. In questo ultimo periodo, infatti, Xi sta affrontando una serie di sfide molto diverse dal suo ispiratore e predecessore. Nel caso di Deng, la sua missione era promuovere le energie creative di un paese che era stato soggetto a una serie continua di disastri, culminati nella Grande Rivoluzione Culturale Proletaria del 1966-76. Ma nel caso di Xi, le sue sfide non sono in realtà inferiori a quelle che consentirono a Deng di trasformare la Cina da un’economia a basso salario guidata dalle esportazioni a una economia competitiva guidata dal suo vasto mercato di consumo. Le sfide che deve affrontare oggi la Cina di Xi sono emerse chiaramente in tutta una serie di criticità negli ultimi mesi: dal collasso di Evergrande, il colosso immobiliare cinese, alla carenze e ai blackout nella produzione di energia.

Del resto, è innegabile che i risultati, sanciti dai numeri, nei nove anni di “regno” di Xi Jinping, parlino da soli. Il prodotto interno lordo (Pil) della Repubblica popolare oggi – secondo quanto stimato da Nikkei Asia – è pari al 70 per cento di quello degli Usa. Quando Xi salì al potere, nel 2012, valeva in termini nominali e in dollari la metà del Pil americano. Sempre secondo i dati forniti da Nikkei, gli investimenti cinesi nel periodo gennaio-ottobre 2021 sono stati il 55 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2012. Le importazioni il 60 per cento in più e le importazioni il doppio. Nel periodo gennaio-settembre del 2021 le vendite di beni di consumo hanno raggiunto i 31.800 miliardi di yuan (pari a più di 4 miliardi di euro), ovvero il 110 per cento in più rispetto ai consumi dello stesso periodo del 2012.

Ma il risultato al quale Xi e i suoi tengono di più, più ancora dei successi finanziari ed economici del Dragone, è quello sociale, considerato una delle pietre fondamentali per costruire la strada verso la così ripetutamente declamata e così fortemente perseguita “prosperità comune”. ll governo di Xi è infatti riuscito a “portare fuori” dalla “povertà assoluta” milioni e milioni di famiglie, facendo calare lo storico divario tra le ricche e luccicanti metropoli cinesi e l’arretratezza dell’immensa Cina rurale. Oggi i residenti urbani hanno redditi ancora molto più alti - del 160 per cento - rispetto a chi vive nelle campagne, ma nel 2012 il dato era del 190 per cento. Le disuguaglianze, infatti, non sono per nulla scomparse, ma quando Xi sostiene di volere un benessere condiviso non si limita a dichiararlo ma lo mette in pratica agendo sulle politiche. Il coeficente di Gini – una misura dell’ineguaglianza che parte da un minimo di 0 a un massimo di uno – era pari a 0,462 nel 2015, mentre nel 2018 era sceso a 0,31.

Ed è proprio seguendo la traccia delle continue riaffermazioni di Xi sulla “prosperità comune”, che era possibile prevedere quanto si è ormai con chiarezza delineato dopo questo sesto Plenum. Nell’edizione del 16 ottobre scorso della rivista Qiushi, dedicata al pensiero teorico del Partito, è apparso un contributo, firmato da Xi, dove il presidente cinese fissava al 2035 la data per la realizzazione dei suoi sforzi per correggere la disuguaglianza di reddito della Cina e raggiungere il suo obiettivo di fornire un accesso più equo alla ricchezza.

Quella data, il 2035, corrisponde non ad un altro, ma ad almeno altri due mandati quinquennali alla guida del Paese. Nel 2035, Xi avrà 82 anni, e avrà governato la Cina per 20 anni. Bastava leggere quell’articolo, per capire che Xi ha tutte le intenzioni di rimanere in giro ancora per un bel po’ di tempo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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