Yasmina Reza: "Quella umana è una brutalità speciale, essere felici è un talento"

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Yasmina Reza (Photo: ..)
Yasmina Reza (Photo: ..)

Lo scrittore, disse tempo fa dice Yasmina Reza, “è simile a un alchimista, perché prende una materia per crearne un’altra”. La sua scrittura – spiega, raggiunta a Capri da Huffpost – “è una scrittura in ascolto”. Ama ascoltare la musica, gli uomini e le donne, ed è così che quell’ascolto si tramuta in scrittura, drammaturgia, pièce teatrali e romanzi senza una regola precisa. La sua non è mai una scrittura esatta e acuminata, né così ricca di sfumature, ma colpisce, disorienta, attrae. Narratrice, drammaturga, sceneggiatrice e attrice, figlia di padre iraniano e madre ungherese e parigina doc, è stata premiata tre volte in patria con il Molière, prima ancora con il Lawrence Olivier, e applaudita in tutto il mondo per il suo lavoro che esplora l’animo umano sulla pagina come sul palcoscenico.

Classe 1959, autrice di commedie cult come “Il dio del massacro” (Adelphi 2011) - portato al cinema da Roman Polanski con “Carnage”- “Arte”, “Bella figura”, e romanzi come “Felici i felici” e Babilonia”, in Italia pubblicati tutti da Adelphi insieme a “Anne-Marie la beltà”, scritto appena prima dello scoppio della pandemia. L’ultimo, “Serge”, è ancora inedito da noi, ma arriverà a marzo del prossimo anno. A Capri riceve il Premio Malaparte 2021, il prestigioso riconoscimento letterario nato nel 1983 su iniziativa di Graziella Lonardi Buontempo e Alberto Moravia, oggi guidato da Gabriella Buontempo, per il decimo anno consecutivo supportato da Ferrarelle spa. “Amo scrivere - ci dice - ma non scrivo tutti i giorni. Sono molto disorganizzata, non penso che devo scrivere sempre. Ci sono periodi in cui non scrivo nulla e sono molto felice.

Quando lo fa?

Quando ho l’ispirazione, quando ho voglia. Scrivo ogni tanto e non mi prendo mai troppo sul serio. La mia scrittura mi dà da vivere e questo è una cosa rara, ma non mi considero affatto una scrittrice.

Cosa si considera allora?

Per tanto tempo, quando dovevo riempire la casella ‘professione’, mettevo sempre “altro”, ma in realtà non significava niente. Non ho un ritmo particolare quando scrivo qualcosa, ma se decido di farlo, scrivo ogni giorno per non perdere il filo. È un esercizio fantastico essere dentro la scrittura.

Non è mai faticoso?

Scherza? È faticosissimo. Ci sono giorni in cui non faccio niente se non scrivere, ma quello che è difficile tutto ciò che c’è prima, il pensare ad esempio alla storia, all’intreccio, ai personaggi.

Quando si pensa a lei, sono in molti ad associarla al suo sarcasmo: è così?

In Francia, da molto tempo, quando fai ridere, si è malvisti. Diventi subito un théâtre de boulevard, il teatro leggero, sei funny. Per quanto mi riguarda, con quello che scrivevo, se facevo ridere, la gente mi stimava lo stesso e allora hanno dovuto giustificare tutto questo dicendo che la mia è satira, è critica sociale e, appunto, sarcasmo. All’inizio ho dovuto lottare molto per far capire che non è così. Volevano che avessi uno sguardo giudicante, ma invece sono dentro tutto questo, perché io rido di me stessa. Sono la prima a farlo. Prima avevamo Voltaire, Moliere e altri che facevano ridere, ma erano comunque presi sul serio. Oggi questo accade meno e secondo me è l’influenza germanica che è stata ed è molto forte, almeno in Francia in questo momento.

A proposito di momenti, considerando il periodo particolare che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo, cosa ne pensa della felicità a cui ha dedicato uno dei suoi libri più conosciuti. Secondo lei, la felicità è un talento?

Assolutamente. Penso che la felicità non dipenda dalle circostanze. Ci sono malattie, incidenti e altre catastrofi, questo è vero, ma la felicità è una capacità interiore e personale. Dipende dal carattere di ognuno di noi. Amo quello che disse Voltaire in proposito: Non è l’intelligenza né le circostanze che fanno la felicità, ma la tempra della nostra anima.

Cosa ci dice invece della brutalità, spesso presente nei suoi lavori?

È il contrario della felicità.

Oggi c’è più brutalità oggi che in passato?

È difficile di rispondere a questa domanda, perché non sono una sociologa. Di sicuro, quella dell’umanità è una brutalità speciale. Quando chiami e perdi mezz’ora a telefono con uno del call center, ad esempio, e aspetti tanti minuti, è una cosa brutale, perché non puoi parlare subito con qualcuno. Ci manca parlare con gli altri, soprattutto in questo periodo. Questo mondo è terribile e l’assenza di contatti reali non è una cosa felice.

Alcuni di questi, come scrive ne ‘Il dio del massacro’, costruito come un partito musicale che cresce, sono terrificanti.

Il tema è sempre attuale: la gente educata nelle relazioni umane conserva una morale, una facciata, che si mantiene fino a quando non cedono i nervi. Quando subentra la rabbia, salta tutto. La mia non è una scrittura di una ben pensante, ma una scrittura di nervi.

Nicolas Sarkozy è stato condannato a un anno di carcere senza condizionale per il finanziamento illecito della sua campagna elettorale del 2012. Nel 2007, lei, dopo averlo accompagnato per nove mesi durante la sua vittoriosa campagna presidenziale, ha pubblicato ‘L’alba, la sera o la notte’, che in Francia ha suscitato notevole scalpore. Cosa ne pensa di lui?

In realtà, l’ho conosciuto come una scrittrice che scrive su di lui, ma non ho mai scambiato idee particolari né c’è stato mai niente di ideologico nella nostra relazione professionale. Ho avuto pieno accesso alla vita dell’allora candidato fino al giorno della sua vittoria e del suo ingresso nel Palazzo dell’Eliseo, ma anziché parlare di politica, scrissi un libro sull’ossessione e la brama di potere di un uomo politico. Quello che mi viene da dire adesso è che la giustizia ha con lui una relazione molto appassionata. Quando era presidente ha detto cose molto critiche, questo è vero. La giustizia francese non lo ama, non lo mollano e a mio avviso lo perseguiteranno fino all’esaurimento delle forze. Sono andata a vedere i processi, anche quelli per le intercettazioni telefoniche durate un anno, perché lo sospettavano di aver corrotto un procuratore. Nel corso di quelle intercettazioni, hanno sentito altre cose e lo hanno inquisito per queste cose qui, una cosa che la legge francese non permette. Per il processo precedente, dunque, trovo quella condanna scandalosa, ma su quella di oggi non so cosa dire, perché non conosco il fascicolo.

La parabola di Sarkozy ricorda per certi aspetti quella di Berlusconi

Si, ma lui non è Berlusconi, e meno male. Quando un personaggio è pubblico, si dicono cose di ogni genere, vere o false che siano. Su di me, ad esempio, hanno detto e scritto che avevo un occhio cattivo sulla gente, ma a ben guardare, invece, il mio è molto empatico, è l’occhio con cui mi guardo io. Si è creato un malinteso che mi annoia molto.

Che cos’è che l’annoia oggi?

In realtà, mi annoio molto poco, perché faccio molte cose, però mi annoia, moltissimo, ad esempio, che in Francia escano a settembre 500 libri: cosa ce ne facciamo? Mi annoia, poi, la vita letteraria francese, tanto da non avere rapporti con nessuno. Non mi piace quel genere di comunità, lo trovo noioso. È un piccolo mondo senza interesse.

Come la vince questa noia?

Quando non lavoro, leggendo di tutto, eccetto i libri di filosofia, ma soprattutto i gialli, i romanzi e i saggi. Adesso, ad esempio, voglio rileggere “La pelle” di Malaparte, perché l’ho letto troppo presto. Mi piace, poi, andare a camminare in montagna, ad esempio, oppure a Venezia dove ho una casa. Anche qui a Capri, visto che non ci sono macchine. Non è mica male, no?

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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