Zan sì, Zan no. La politica della Bestia ai tempi dell'omofobia (di T. Cerno)

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Tommaso Cerno (Photo: ANGELO CARCONI ANSA)
Tommaso Cerno (Photo: ANGELO CARCONI ANSA)

(di Tommaso Cerno, senatore della Repubblica)

Zan sì, Zan no. Il sistema binario. Eccolo risorgere come una nemesi. Proprio quel pensiero antico del sì-no, dell’alfa-omega, del maschio-femmina che ormai la fin troppo discussa legge autodichiaratasi contro l’omotransfobia voleva legiferare fosse estinto nella vita di milioni di persone. Eppure è proprio sulla dicotomia più antica del mondo che il Pd dopo avere preso la più grossa sberla parlamentare della legislatura, andando sotto di oltre venti voti nella votazione in Senato sulla prosecuzione dell’iter di votazione del provvedimento, punta tutto per riconquistare le piazze dei militanti dell’associazionismo che del sistema binario odiano anche solo sentire parlare.

Ecco la prima contraddizione ed ecco la prima domanda: l’arrocco sul monte Sinai gay, quello dove un dio superiore evidentemente infallibile dettò allo Zan-Mosè un testo di legge così perfetto da non poter essere mutato ma al tempo stesso così imperfetto da essere subissato di critiche dalla sinistra più autentica, serve a difendere la comunità Lgbt dalle violenze fisiche e verbali (e io ne so qualcosa) oppure a tentare di mettere la propria bandiera in una piazza che da anni contestava il Pd e mal digeriva le sue posizioni in materia di diritti?

Perché, parafrasando Guccini, per capire la nostra storia bisogna farsi a un tempo remoto. Il tempo in cui il Governo Prodi propose ai gay di sposarsi via raccomandata, benché conviventi, scrivendosi una lettera a cui poi il / la partner doveva rispondere. Si chiamavano Dico e suscitarono la prima vera reazione del mondo gay sempre più libero e orgoglioso di sé. Un mondo sempre più variegato, fatto di giovani e meno giovani che non avevano più una dottrina da seguire, ma un sogno da realizzare. È da lì che nasce la seconda ondata (visto che il termine è di moda) dell’associazionismo militante, quello che chiede la piazza e attacca il Parlamento, quello che pensa più in grande, quello che non si accontenta del compromesso. È lì che Arcigay e tutti gli altri superano le unioni civili e parlano di egualitarismo, di matrimonio, di adozioni fieri di ciò che sono. È li che la battaglia dei diversi diventa a battaglia degli uguali.

Sono passati due decenni o giù di lì. E in questi anni le violenze contro i gay, le lesbiche, i trans e tutta la comunità lgbt si sono moltiplicate. Come si è moltiplicato il tempo per scrivere una legge fatta bene, una legge moderna, una legge essenziale e senza compromessi sulla dignità umana. E invece che cosa è accaduto? Il contrario. È accaduto che nelle segrete stanze dei partiti, dentro il Palazzo, si sia consumata una strategia. Certamente con l’obiettivo di portare a casa qualcosa, ma soprattutto con l’obiettivo che questo qualcosa avesse un colore preciso, un simbolo preciso e un nome preciso. Che questo qualcosa più che alla pacificazione del Paese guardasse alla pacificazione di altri rapporti, certamente rispettabili, ma non così preminenti, che sono quelli fra il Pd e il mondo dell’associazionismo militante Lgbt.

È così che comincia tutto. Con una bella legge scritta dalla senatrice Alessandra Maiorino del 5 stelle, che viene superata in corsa da un testo “diminuito” e zeppo di compromessi con mondi che hanno poco a che fare con la libertà di espressione di ognuno di nì, che supera in velocità la presentazione in Parlamento grazie all’assenza temporanea di un presidente di commissione grillino da parte della corazzata Pd, rappresentata dalle due teste di serie dei diritti civili Alessandro Zan e Monica Cirinnà, nel giorno in cui a presiedere il tutto c’era un vicepresidente, per coincidenza del Pd.

Ecco che il binario resta uno solo. Ed ecco che il grande dibattito parlamentare sui diritti civili acquista un nome e un volto. E da quel giorno resta immutato. Pur contenendo due aberrazioni - mi spingo a dire due articoli omofobi - al proprio interno. L’articolo 4 e l’articolo 7. Roba che dovrebbe far accapponare la pelle un bel po’ di gay militanti e non. Nel primo, in sostanza, si dice che un professore di scuola – per farla semplice – che insulti un alunno di colore o ebreo chiamandolo ad esempio inferiore, compie un reato. Mentre se l’inferiore è riferito a un ragazzo o a una ragazza gay questa costituisce un’opinione. Al tempo stesso però la legge condanna la violenza che ne può derivare, trasferendo quindi una sorta di immunità proprio agli omofobi. Per completezza, e per la felicità dei cattolici del Pd con cui queste parti della legge furono concordate, c’è poi l’articolo 7 che di fatto blocca la formazione contro l’omotransfobia nelle scuole che, in assenza di legislazione, in questi anni aveva prodotto risultati straordinari.

Ma di tutto questo non si sente una parola. L’importante è il sistema binario. Stai con Zan o non stai con Zan. Ami o odi Zan? Esattamente quella politica che la sinistra dichiara pericolosa, classifica come la Bestia, stigmatizza appena può.

Io sono gay. Ma non sono solo questo. E non sto in Parlamento per questo motivo, ma statistiche dei coming out alla mano, sono al momento l’unico senatore gay dichiarato del centrosinistra o di quel che ne rimane. Dal 1994 mi batto per i diritti civili. Non solo della comunità Lgbt. E mi sembra normale che in un dibattito di questo tipo possa esprimere perplessità e pareri, senza per questo pretendere la ragione. Eppure la scelta è stata diversa. La scelta è stata quella di impacchettare il provvedimento con una bella carta regalo griffata Pd e presentarlo al Senato accompagnato dall’ordine di votare. E come sempre accade, quella sinistra che a parole era tetragona si è rivelata invece divisa, così come i suoi alleati, su un tema complesso che avrebbe meritato diverso esito sia nei contenuti che negli effetti reali.

Eppure, se si fosse letto meglio tra le righe, questa volta era stata proprio la destra – più o meno consapevolmente – a fornire una via di uscita. Aveva proposto di modificare il testo. E mi rendo conto che questo percorso poteva diventare un boomerang. Ma nel proporlo aveva ammesso per la prima volta nella sua storia che esisteva la necessità di una legge contro l’omotransfobia. E quella legge l’avevamo lì sotto mano. Non tutto il testo Zan, ma la parte principale, quella più urgente, quella su cui si sarebbe creata un’inedita convergenza parlamentare: la parte che estende alla comunità Lgbt i diritti previsti in materia penale e di procedura penale per le altre minoranze dalla legge Mancino.

In Italia, infatti, esiste una norma che – se non verrà immediatamente ampliata – costituisce al tempo stesso uno scudo difensivo per molti su base razziale e religiosa, ma un’istigazione a delinquere nei confronti dei gay. Mi spiego: la Mancino classifica come reati di odio le violenze contro persone di colore, minoranze religiose. Escludendo la comunità Lgbt. In pratica assicura a un violento o a un fanatico che intendesse colpire una minoranza un migliore trattamento se questa minoranza siamo noi gay. Una cosa aberrante. Ebbene, se il Pd avesse accettato di varare con urgenza questa norma, avrebbe portato a casa un risultato storico e al tempo stesso sanato un vulnus enorme nella normativa attuale. Per poi aprire un dibattito fra laici e progressisti, associazioni, femministe, cittadini su come completare quel disegno di legge con una produzione normativa ben più avanzata dell’anatra zoppa contenuta nella legge Zan originale, già figlia di troppi copia-incolla e troppi compromessi al ribasso. Con il solo rischio di dover scartare la legge per poi offrirla davvero a un dibattito plurale, che avrebbe per natura escluso ogni tentativo di boicottaggio visto che la necessità di questa legge sarebbe stata sancita da tutto il Parlamento.

Non è un caso, infatti, che il fondatore e presidente onorario Franco Grillini, forse l’uomo che più di ogni altro in Italia ha contribuito al gigantesco passo avanti degli ultimi anni compiuto dal nostro paese, ancora arretrato e troppo incline a seguire le trombe di una parte della chiesa più schierata per l’uomo che per dio, che all’indomani della bocciatura in aula al Senato rilancia proprio questa idea, chiedendo al Parlamento di formulare uno o due semplici articoli di legge per estendere la legge Mancino e segnare un punto fondamentale contro l’odio e la sua propaganda. Consapevole dopo oltre quarant’anni di militanza che molti dei problemi che in maniera leggera oggi il Pd vuole scaricare a destra stanno certo a destra, ma albergano comodi e indisturbati anche a sinistra. Senza troppo dire. Senza troppo parlarne. Come ha dimostrato il voto in Senato. Che ha stupito tutti. Tranne chi conosce da anni le vere dinamiche che interne della sinistra sulla magna questio gay.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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