Zingaretti apre al congresso del Pd e ora la palla passa all'assemblea

Paolo Molinari
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AGI - Nicola Zingaretti apre a un congresso che abbia come obiettivo quello di "rafforzare il Partito Democratico". Una necessità che il segretario dem non aveva mai nascosto: di congresso aveva parlato anche un anno fa, prima dell'esplodere della pandemia in tutto il Paese, e aveva anche cominciato un confronto nel partito con la Costituente delle Idee, la due giorni di Bologna che aveva visto discutere i dem innanzitutto sulla identità del partito. Una necessità allora, a pochi mesi dal varo del Conte II che li aveva visti sedersi al governo accanto ai Cinque Stelle, dopo che per tutta l'era Renzi e per l'intero congresso la parola d'ordine era stata "Mai con il M5s".

I dati sui contagi, i ricoveri, le terapie intensive e i morti continuano ad essere drammatici e all'orizzonte si affaccia una terza ondata pandemica. Per questo, fino a pochi giorni fa Zingaretti avvertiva che è "da marziani" parlare di congresso. Cosa è cambiato? E' arrivato il pressing di una parte di ex renziani che siedono in Parlamento, primo fra tutti il capogruppo dem in Senato Andrea Marcucci. Ma anche dei sindaci Giorgio Gori e Dario Nardella. Congresso sia, allora. O, meglio: sarà l'assemblea a decidere e lo farà nella riunione del 13 e 14 marzo.

"Siamo d'accordo che vada riaperto un dibattito sul futuro dell'Italia, dobbiamo decidere la forma più schietta per fare questo dibattito, senza astio", sottolinea Zingaretti che sulle forme da dare a questo appuntamento lascia il campo aperto: "Le forme le decideremo, c'è uno statuto e una assemblea sovrana, dobbiamo chiarire come. E' giusto che su questo il Pd apra una discussione. Penso che sia una ipotesi da valutare, le forme le decideremo insieme. Tenendo presente che l'ordine del giorno sarà come essere più forti".

A confrontarsi, però, saranno fondamentalmente due idee di partito: quella del gruppo dirigente e quella delle aree di minoranza rappresentate in Parlamento in virtù delle liste elettorali di Matteo Renzi. Tuttavia, se quest'ultimo è ben radicato in Parlamento, il primo è il frutto di un congresso terminato con la vittoria di Zingaretti alle primarie dove ottene il 66% dei consensi contro il 22% della mozione di Maurizio Martina e il 12 di quella di Roberto Giachetti. Percentuali che, bisogna tenere presente, si ritrovano nell'assemblea che il 14 marzo deciderà se, come e quando celebrare il congresso.

Oltre a due diversi pesi, in Parlamento e nei territori, si confrontano però anche due visioni diverse di partito. Se la maggioranza che ha eletto Zingaretti considera necessario il perseguimento di un sistema di alleanze di centro sinistra tale da contrastare la crescita delle destre in Italia (così come ratificato dalla direzione nel corso di più votazioni), le minoranze - seppur con declinazioni diverse - tendono a giudicare quel sistema di alleanze troppo schiacciato sul populismo dei Cinque Stelle e chiedono di marciare da soli, secondo una declinazione della "vocazioni maggioritaria" delle origini che non contempla alleanze "strutturali".

Lo ricorda il senatore Pd Franco Mirabelli, esponente di Areadem vicino a Dario Franceschini, "convinto" che l'alleanza con il Movimento 5 Stelle abbia funzionato e abbia consentito al Pd di ritornare centrale nella vita politica e al governo del Paese. Che questa alleanza continui a essere viva è interesse di chiunque voglia costruire un campo democratico e largo. Sia dentro al governo Draghi, per far valere le proposte e l'agenda che stavamo costruendo nel governo precedente, sia in vista delle Amministrative". 

Uno schema che potrebbe essere riproposto anche alle prossime amministrative: "Si tratta soltanto di prendere atto della realtà. Ci sono delle forze pronte a costruire un campo alternativo alle destre e mi auguro che sia più largo di quello oggi rappresentato da Pd, M5s e Leu", aggiunge Mirabelli. Credo che nessuno possa auspicare di tornare indietro al 2018 e a quello splendido isolamento che ci ha portato a1 18 per cento e che fino al al luglio 2019 ci ha condannato all'ininfluenza". Se si tratterà si congresso sulle idee o di congresso sula leadership è ancora tutto da vedere.

Nel secondo caso, però, quasi sicuramente lo sfidante di Zingaretti sarà un altro presidente di Regione come Stefano Bonaccini. A lui guarderebbero Gori e Nardella, oltre a una parte di Base Riformista, anche in virtù dell'appeal mediatico che il presidente della Conferenza delle Regioni ha guadagnato in questo ultimo anno in prima linea sull'emergenza Covid, facendosi interprete delle vertenze dei territori durante i confronti con il governo e con l'ex ministro degli Affari Regionali, Francesco Boccia. Un ruolo di primo pian che Bonaccini sembra intenzionato a conservare anche con il governo Draghi, tanto che oggi ha sorpreso molti nel suo partito 'sposando' la linea della Lega e di Matteo Salvini, sulle riaperture dei ristoranti.