Zuckerberg verifica che dietro i profili con tanti follower ci sia una persona

Facebook

Basta bot e pagine anonime. Il social network Facebook approva i profili virali sulla piattaforma, a patto che rivelino l’identità di una persona fisica dietro. Lo ha reso noto la stessa società. Lo scopo? Verificarne l’autenticità.

Facebook: profili virali? Solo con identità

La svolta di Facebook non è nuova. Due anni fa, la società di Menlo Park aveva iniziato a verificare l’identità dei proprietari di pagine virali. Nell’ecosistema social, la viralità incide sull’opinione delle persone: per questo, sarebbe opportuno – riferisce l’azienda – che dietro vi si dichiari una persona in carne ed ossa. È il primo passo per spingere gli utenti a essere responsabili delle loro azioni sui social. Se il documento non dovesse corrispondere all’identità dell’account, Facebook ridurrà la produzione di post così come le persone che potranno vedere i suoi contenuti.

Account virali: la policy di Zuckerberg

Da tempo il noto social network sta attuando una politica di controllo, soprattutto dopo i sospetti di voto influenzato nelle elezioni presidenziali 2016 che portarono alla vittoria di Donald J. Trump. Nel report diffuso dalla società nei mesi seguenti, emergeva un allarme: la presenza di account falsi creati per diffondere fake news e informazioni sensibili. All’epoca Mark Zuckerberg cercò di evidenziare la mancanza di sicurezza di alcuni contenuti, nonostante la loro estrema viralità. La logica dei grandi numeri, infatti, permetteva ai contenuti di raggiungere tanti, ma a costo della verità e fondatezza delle notizie.

Facebook e Twitter: policy a confronto

La policy di Facebook è chiara: discorso pubblico e libertà d’espressione vanno messi davanti alla necessità di moderare eventualmente le conversazioni politiche. Per questo, Mark Zuckerberg s’impegna a stringere accordi con testate giornalistiche e fact-checkers indipendenti. Diversa è, invece, la politica di Twitter, il social oggetto di una diatriba recente con la Casa Bianca per aver messo in discussione la veridicità di due tweet di Trump. A partire da marzo, la policy di Jack Dorsey è segnalare i tweet sospetti con diverse diciture, come “contenuto fuorviante“.

È questa “ingerenza” che Trump non ha mandato giù, ed è intervenuto firmando un ordine esecutivo presidenziale per rendere i social responsabili dei contenuti da essi pubblicati.